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Quel  che più mi piaceva

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Quel  che più mi piaceva
era frugare nel cassetto del tuo tavolino.
Imbattermi in quell’inventario di oggetti inutili.

Il portapillole rotto,
la scatolina di madreperla coi miei denti da latte,
negativi senza fotografia,
trasparente emulsione
in cui l’oscurità abbaglia
col suo metallico riflesso d’argento.

Scene già vissute
dalla donna che eri stata in altri tempi
e che io mi ostinavo a comprendere.

Chiocciole senza mare, fili sparsi e bottoni,
un guanto spaiato,
simili a quei pezzettini di cera benedetta, 

a quelle manine orfane
che si appendono in certe cappelle,
ex voto celebranti
la guarigione di un piccolo ammalato.

Chiavi accantonate
che hanno smarrito le loro porte  le loro serrature
sgangherata magia   pezzi
non assemblati

rimasugli
tutti frammenti della tua vita di prima.

Humus fiorito
sul banco di terra smossa
in cui l’infanzia trova un obiettivo,
una ragione d’essere.

 

 

Rosana Acquaroni, Madrid 1964

da “La casa grande”

traduzione di Francesco Tarquini


Può arrivare per te il giorno

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Può arrivare per te il giorno
in cui tu debba fuggire da ciò che sai,
andartene di corsa a metà della vita
lasciando ogni cosa a metà.

A me è già successo
ed è un commiato senza strade da prendere,
una casa senza porte,
un corridoio interiore che si veste d’infanzia –
– crematorio effimero in cui la gioia
è un va e vieni di gonne ed altalene –.

A me è successo
dover far arretrare la fermezza,
evadere dal rifugio concessomi dagli anni.

Uscire in campo aperto
e trascinarmi nella neve
dando la schiena alla notte.

A me sta succedendo,
dovermi misurare con la scala
d’ogni cosa perduta.
Montare a buttar giù quel tetto
che non ci è mai servito.

Permettere che il cuore
smentisca quello che si è vissuto.

 

Rosana Acquaroni, Madrid 1964

da “La casa grande”

traduzione di Francesco Tarquini


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