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ho imparato che tutte le cose si aprono e….

A  volte certe poesie hanno un sapore che senti distintamente in bocca mentre le leggi. E’ come quando sbucci un’arancia. La apri, ne dividi le parti e,  prima ancora di mangiarla, ne senti in bocca il profumo, la fragranza. E’ lì, davanti a te. E ti ha appena rivelato tutto  il suo Senso.

 

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ho perso la mia ombra
in un campo di sussurri improvvisati
dimenticato il mio nome
nella fragranza dei papaveri
in cui teschi ornamentali
orbitano erraticamente
giardini luminosi
di orologi fuggitivi ticchettano fiori d’ombra
attraverso inverni segreti che mordono
ci sono imprevisti scampanellii su
un prato in cui si nascondono funghi velenosi
tra i falsi echi di antiche invocazioni
e riflessi distorti
da un fiume macchiato dal tempo
ho marciato lungo strade
di chiaro di luna imbalsamato
ululando come un cane pazzo
cercando qualche osso di verità,
qualche sipario finale
una qualche destinazione definitiva
libero dall’ottava sintetica dei sogni
e ho dipanato la maschera accigliata degli anni
cercando un modo
per tornare alla mia infanzia immersa nel verde
tuttavia ho colto solo sguardi occasionali
di un passato illuminato dall’immaginazione
in una foresta di alberi elusivi
il calendario ha divorato le decadi
ha inargentato la mia barba
in un batter d’occhio
mentre passavo la vita giocando a dadi col destino
a caccia di cose prive di valore
tuttavia non ho mai esitato
a gettare via il portafoglio
per far posto nelle mie tasche a poesie e arcobaleni
che ho portato con me
fino a che gli arcobaleni sono diventati
colori laceri
e le poesie
sono diventate solo polvere
sono un nomade
per natura
passeggero senza dimora
in questo mondo
ho scelto di vagare
da miracolo a meraviglia nel vagare
ho imparato
che tutte le cose si aprono
e
la vita davvero si rivela

 

Martin Matz,  Brooklyn 1934 – New York 2001
dal sito Potlatch
traduzione di Raffaella Marzano

 

 


Sei domande sul senso della vita

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Tra La Défence e l’Etoile non c’è neanche un giardino.
Non c’è nemmeno un’aiuola con le margheritine.
Posso parlare ancora d’amore?

Tra Les Halles e Châtelet il cielo
è fatto di luci al neon. È senza stelle.
Posso ancora trovare la direzione giusta?

Sono davanti alla chiesa di St. Eustache. Il fiume
bruno e la polizia mi separano dalla Sorbona.
Posso scrivere ancora libertà?

Mille chilometri da rue Descartes alla
Cankarjeva ulica. Mille chilometri!
Amici, posso chiamarvi ancora amici?

Tra le copertine del libro che sto leggendo
ci sono cento pagine stampate, fitte fitte. Ha
ancora senso raccontare la propria storia?

Tra me e me c’è qualcosa di intenzionalmente
sottacciuto. C’è qualcosa che ho nascosto di proposito.
Posso sperare ancora che qualcuno mi creda?

 

Peter Semolič, Ljubljana 1- 2 – 1967

traduzione di Jolka Milič


 

Perché potremmo non avere il tempo di spostare le montagne

e potremmo non essere arrivati fin qui per spostare le montagne,

ma abbiamo un po’ di tempo per scrivere poesie,

sul grande privilegio di essere quaggiù

sul grande privilegio di poter dire “No”.

 

Natan Zach (Israele 1930)


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