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Ho una solitudine così affollata….

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Ho una solitudine
così affollata
così piena di nostalgie
e di volti di te
di congedi passati
o baci benvenuti
alla prima occasione
e in ultimo termine
ho una solitudine
così affollata
che posso organizzarla
come fosse un corteo
per colori
misure
e promesse
per epoche
per tatto
e per sapore …..
senza esitare
mi abbraccio alle tue assenze
che vengono e mi assistono
col mio volto di te
sono pieno di ombre
di notti e desideri
di molte risa e qualche
disappunto
i miei ospiti accorrono
giungono come sogni
con i loro rancori
l’assenza di purezza
io metto una scopa
dietro la porta
perché voglio stare solo
col mio volto di te
ma il volto di te
guarda da un’altra parte
con gli amorosi occhi
che non m’amano più
come viveri
che cercano la fame
guardano e guardano
e spengono il mio giorno
i muri se ne vanno
resta la notte
la nostalgia va via
non resta nulla
il mio volto di te
ormai chiude gli occhi
ed è una solitudine
tanto desolata.

Mario Benedetti
Paso de los Toros, 14 9 1920 – Montevideo, 17 5 2009


Peccato…

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Peccato che non sei con me
quando guardo l’orologio e son le quattro
compilo il modulo e penso dieci minuti
e stiro le gambe come ogni sera
e muovo le spalle per rilassare la schiena
e mi stringo le mani per far parlare le dita
Peccato che non sei con me
quando guardo l’orologio e son le cinque
e sono una macchina calcolatrice
oppure due mani saltellanti sopra i tasti
o un orecchio che ascolta il telefono latrare
o uno che fa i conti per far cantare i numeri
Peccato che non sei con me
quando guardo l’orologio e son le sei
Potresti avvicinarti innosservata
e dirmi “Come va?” e poi restar
segnati io con il rossetto
tu col blu della mia cartacarbone

MARIO BENEDETTI
Paso de los Toros, 14.9. 1920. – Montevideo, 17.5. 2009.


Longtemps, je me suis couché de bonne heure….


Usciamo dal bar, un abbraccio e sto per andarmene, quando lei, trattenendomi per un braccio, mi dice “ e adesso non sparire, mi raccomando, non isolarti! So come vivi, sempre in solitudine, non deve essere divertente!”
Ma io non sono una che vive “in solitudine” !! io sono una solitaria, è diverso. Ed essere una solitaria non equivale necessariamente a sentirsi sola. Io ci sto bene in questo spazio interiore, lo frequento molto spesso, è un punto d’osservazione privilegiato: sto attenta, osservo, ascolto, penso. Nulla di quello che mi sta intorno mi sfugge.

Nell’aula dove le suore ci portavano per l’ora di canto, c’era tanto spazio per salti e rincorse, quelle degli altri, perchè io in quel marasma assordante mi sentivo persa e confusa. Tre enormi e altissimi finestroni davano su ampie e gelate geometrie di campi. In quegli inverni, in cui tutto mi pareva smisuratamente grande, alzandomi sulle punte, mi aggrappavo al davanzale e restavo a fissare un omino lontano su un albero. Riuscivo a vedere la sua lunga scala a pioli e i rami che lanciava lontano dopo averli tagliati. Ogni volta restava a fissarli come se quelli, da un momento all’altro, potessero scappar via. Ogni tanto si sedeva sul tronco più grosso, si sfregava le mani ed alitava sulle palme. Con uno scatto risaliva di qualche ramo e ricominciava. Il fatto che io lo guardassi mentre lui non sapeva neanche che esistevo, mi riempiva di ingenuo stupore.
“Sù, sù anche tu al tuo posto!” Dietro di me i bambini erano già tutti in fila, perciò suor Eleonora mi tirava per il braccio, per portarmi tra di loro. Con la testa girata, continuavo a guardare in direzione del finestrone e pensavo a quanto si sarebbe sentito solo l’omino dell’albero  senza me che lo guardavo.
Forse allora avrò imparato che essere soli, vuol dire semplicemente non essere nei pensieri di un altro.
Iraida (Annamaria Sessa)


Certe volte al mattino la trovo là, lei, la solitudine, appoggiata sullo schienale della sedia accanto al letto e ho l’impressione di infilarmela insieme ai vestiti che indosso. (Annamaria S.)

Solitudine    di Franz Krauspenhaar

Non c’è che una solitudine, una sola.
Attraversa le braccia della giacca,
si posa sulla cenere della sigaretta,
atterra sui capelli tra la pioggia e
si stanca delle scarpe, delle mani
strette, e si acciglia per il bianco
sparato della neve, il blitz del tempo
in un inverno che non ha mai fine,
fino a una primavera che non vedi.


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