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Ciò che abbiamo perduto

 

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…… e chi saprà che una volta

le parole erano possibilità e delusioni,
erano cassetti odorosi pieni di lettere d’amore
e ricordi e lavanda serbata in
sacchetti di mussola, a profumare il letto;

e sete esotiche e le tonalità del cotone
teso in camiciole, che il respiro dolcemente modella;
erano le stanze dell’infanzia con la loro pace senza pena,
le loro mani, i sussurri, le candele che piangono luminose?

 

Eavan Boland, Dublino 24 9 1944
ultimi versi della poesia “Ciò che abbiamo perduto”
da “Outside History” in Tempo e violenza. Poesie scelte
traduzione di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

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Purchè il cielo sia sbrigliato…

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Ci saranno sempre lettere.
Gli uomini continueranno a
leggere e ad afferrare ancora
la storia per la coda.
Purché le vigne galoppino
e sia sbrigliato il cielo
come lo vogliono i bambini
con galli e aquiloni azzurri bandiere
La festa di Sant’Eraclìto
Il regno di un bimbo

 

Odysseas Elitis: pseudonimo di Odysseus Alepudhelis.
Candia, 2 novembre 1911 – Atene, 18 marzo 1996


La letteratura ci salverà.


Qualche giorno fa l’Huffington Post spagnolo, a commento delle immagini crude e terribili della protesta in Spagna contro il governo, e che hanno fatto il giro del mondo, ha pubblicato un post di Pedro Almodovar. Mentre lo leggevo, mi è venuto da pensare che ciò che sta accadendo a milioni di persone oggi, avrebbe bisogno di essere raccontato dalla letteratura. Il regista spagnolo ha posto l’accento sull’importanza delle nuove tecnologie che valgono più di tante narrazioni “di parte” della barbarie che si sta compiendo in nome del profitto. E io credo che oggi manchi una rappresentazione letteraria di ciò che sta stravolgendo la vita dell’uomo contemporaneo, le dinamiche relazionali, i modi stessi di pensare a sè e al suo posto nel mondo, il senso da dare alla sua esistenza. Se la storia è la fredda cronaca delle vicende umane di ogni epoca, la letteratura è la narrazione delle illusioni, della fatica, dei desideri, del coraggio e delle speranze di uomini e donne che sono dietro a quelle vicende e ne determinano la sostanza. John Steinbeck seppe raccontare, attraverso la storia di una famiglia americana, la depressione del 1929 , la crisi, la miseria, il caro benzina, l’usura… Eh sì, è di un’attualità impressionante questo romanzo, che conosciamo col titolo italiano di “Furore” ma in quello originale è The grapes of wrath, i grappoli della rabbia, quella che sale su per il collo a intere famiglie affamate dalle banche, quelle che nel romanzo vengono definite “mostro”, opera dell’uomo stesso ma delle quali ha perso il controllo.

La letteratura è capace di cercare e trovare il significato universale dell’agire umano, attraverso il racconto del suo quotidiano ma, soprattutto, può aiutarci a capire dove stiamo andando.

Iraida


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