Archivi tag: T.S.Eliot

Aprile è il più crudele dei mesi

eliot_t_s

 

Aprile è il più crudele dei mesi, genera

lillà da terra morta, confondendo

memoria e desiderio, risvegliando

le radici sopite con la pioggia della primavera.

L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse

con immemore neve la terra, nutrì

con secchi tuberi una vita misera.

L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee

con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,

e proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,

e bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.

Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.

E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,

mio cugino, che mi condusse in slitta,

e ne fui spaventata. Mi disse, Marie,

Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.

Fra le montagne, là ci si sente liberi.

Per la gran parte della notte leggo, d’inverno vado nel sud.

 …………………………………………..

 

T.S. Eliot

da “La terra desolata”

(Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965)


….così, per non sentirci assenza

Eugène_Atget,_Boulevard_de_Strasbourg,_1910

C’è un passare di gente,
di visi in vetrina e sotto i portici
l’arco più basso delle labbra.

Non è l’inverno ad abbottonarla,
mi convinco, se i cappotti
stringono i gesti a farli simili
a un viale senza deviazioni;

sarà la paura di urtarsi
pari al desiderio di urtarsi,
sui marciapiedi un vestirsi a sorriso
che più eccede e più lascia

nudi: così, per non sentirci
assenza o incrocio mancato,
gente a passarsi in mezzo,
in vetrina, a passare, a non conoscersi.

 

Davide Castiglione, Alessandria 1985
da “Per ogni frazione”

 

E’ lo sguardo del poeta su una realtà, alquanto senza senso, di un centro cittadino di una qualsiasi metropoli del mondo.
Volti che passano, con la loro inespressività, simili a manichini in vetrina. Una processione di gente che “si attraversa”, che cerca o teme un contatto “.. per non sentirci assenza” ma che continua, senza possibiltà di un incontro “…a passare, a non conoscersi”

Mi fa venire in mente una poesia di Eliot, “Spleen”.
Le immagini sono simili, il poeta descrive le strade, le luci, le facce compiaciute, i cappelli di seta….e poi c’è un’intuizione poetica geniale che immagina la Vita, quella vera, che osserva e aspetta “cappello e guanti in mano” di essere vissuta, al di fuori delle convenzioni, al di là di tutte le vacuità di cui è capace l’essere umano.


E allora, andiamo, tu ed io… *

caka-str-by-alvis-zemzaris
………………………………..
E non c’è più tempo per il telefono che squilla senza risposta
o prepararsi una faccia per incontrare le facce che incontri,
per dirsi solo divento vecchio, divento vecchio
o immaginare che all’angolo della strada
dio ci attenda per offrirci un caffè.
Se fosse così, gli direi: padreterno, dacci una seconda vita
perché questa l’abbiamo sprecata. Dacci il tempo di amarci,

senza avere più la storia fra i coglioni o un gesuita
con la voce in falsetto a ricordarci che questa l’abbiamo
buttata via.
Ma noi, dio non lo incontreremo. Nemmeno per offrirci
un caffé o discutere con noi di arte e di bellezza.
Altro tempo ci sarà, mio dolce amore:
il tempo di appassire, e poi di schianto cadere giù,
come la mela che ora alta rosseggia
rossa sul ramo più alto.

E allora, andiamo, tu ed io…

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 51 – Acerra, 23 7 2012
da “Barchette, esami II”

*questa è una delle tante riscritture, di Emilio, del poema di Eliot “The Love Song of J. Alfred Prufrock” (Canto d’amore di Prufrock)


….e la vita aspetta, cappello e guanti in mano.

MIGUEL_COVARRUBIAS-George_Gershwin_an_American_in_Paris-1929
Spleen

Domenica: questa processione soddisfatta
di sicure facce domenicali;
cuffie, cappelli di seta, consapevoli grazie
in una ripetizione che spiazza
il tuo autocontrollo mentale
con questa digressione ingiustificata.
La sera, le luci e il tè!
Bambini e gatti per strada;
Depressione incapace di affrontare
questa cospirazione tetra.
E la vita, un poco calva e grigia,
languida, schizzinosa e distaccata,
aspetta, cappello e guanti in mano,
ricercata nell’abito e nella cravatta
(Un poco impaziente per l’indugio)
all’ingresso del
l’Assoluto.

Thomas Stearns Eliot
(Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965)


Il punto fermo del mondo che ruota.

Forse il poeta è uno che si muove nella realtà, alla ricerca di un senso, di un centro, che spieghi il disagio, la sensazione di inadeguatezza che prende l’uomo ogni volta che si illude di credere che il mondo sia stato fatto proprio per lui. Ma quel “punto fermo del mondo che ruota” ammesso che si trovi, non è lo stesso per tutti e il mondo ci sopravvive, con tutte le sue cose, piccole e grandi, sublimi ed oscene e noi siamo come l’avventore che, appoggiato al bancone, si scola il suo bicchiere e poi scompare dalla stessa porta da cui era entrato un attimo prima. Così, agli occhi del poeta, tutto si sgretola: le convinzioni e le convenzioni, la vita, il mondo intero, in cui egli si smarrisce fino a non saper più distinguere tra realtà e finzione.
Iraida (Annamaria S.)

After the kingfisher’s wing
Has answered light to light, and is silent, the light is still
At the still point of the turning world.

Dopo che l’ala del martin pescatore
Ha risposto luce alla luce, e tace, la luce è ferma
Al punto fermo del mondo che ruota.

T.S. Eliot – Quattro quartetti


…ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè…



Il canto d’amore di J.Alfred Prufrock (1917)
T.S.Eliot

“Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito”

Il canto d’amore di Prufrock è un testo poetico complesso e fortemente innovativo, per i tempi in cui fu composto. E’ l’ intenso monologo interiore di un uomo che scandaglia la sua anima in tutta la sua ampiezza, nell’affrontare argomenti che vanno dal senso di inadeguatezza dell’uomo moderno alla nostalgia del passato.
Io ho riportato una piccola parte, quella più conosciuta e che, ancora oggi, è oggetto di riscritture, in alcuni casi, molto interessanti. Come questa diGianmario Lucini:

” Nella piazza combriccole vanno e vengono
parlando di sport e di politica.

La nebbia sporca dalle ciminiere sempre accese,
il fumo giallo che strofina il suo muso contro il viso
lambì con la sua lingua la nostra gola,
vi indugiò a lungo in un bacio pestifero,
vi depositò un poco di miasmi di cancro e di fuliggine,
scivolò sulla folla, spiccò un balzo improvviso,
e vedendo che c’era carne per la sua invisibile mattanza
s’arricciolò sopra la piazza, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
per il fumo giallo che ci entra nei polmoni
strofinando la sua lingua contro la nostra;
ci sarà tempo, ci sarà tempo
per prepararti un alibi per incontrare gli alibi che incontri;
ci sarà tempo per vivere e credere di vivere,
e tempo per avanzare e tempo per ritirarsi
davanti ad argomenti che insinuano un dubbio sul tuo desco;
tempo per te e tempo per me,
e tempo anche per cento indecisioni,
e per cento visioni e revisioni,
prima di concludere di essere un niente fra i niente”


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: