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I giorni vengono 
e vanno
e questo è tutto quello che fanno

come pagine di un romanzo 
che dimentichi 
quando passi al seguente

o quando vai 
in  treno 

guardando fuori dal finestrino 
e ti interessa appena
il paesaggio.

 

Karmelo C. Iribarren, San Sebastián 1959

 

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Al tempo che cadevano le albicocche….

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Al tempo che cadevano le albicocche
il mondo era tutto verde
e noi stavamo sotto una capanna
che era fatta di canne
e di strisce di cielo.
Al tempo che cadevano le albicocche
si sentivano dei tonfi
che mai mi son scappati dalla memoria
come se fosse il tempo
che bussa dentro il tempo.

Nino Pedretti

S. Arcangelo di Romagna 1923 – Rimini 1981


……un vento propizio, uno a caso

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[….] custodiva dei silenzi e anche le cose che

non aveva detto per caso. Custodiva ora

anche questi per caso, bianchi messaggi tra le parole

che le avanzavano nei cassetti. E tuttavia avrebbe custodito

per sempre queste parole, o l’immagine di labbra nel

dirle – un volto ancora non triste che ricordava l’estate.

 

Avrebbe atteso questa estate, l’odore caldo delle fragole

sulla punta delle dita. E l’avrebbe soprattutto custodito,

come custodiva ora, senza mai averlo udito, il suono

delle spighe, nella pianura, al passare del vento.

 

Ma solo ora poteva attendere il passaggio del tempo

senza parole; o un vento propizio, uno a caso

che tutto giustificasse. E nel silenzio nel quale andava rifugiandosi

cercava solo un posto più sereno per le memorie.

 

 

Maria do Rosário Pedreira.  Lisbona  1959

da “La casa e l’odore dei libri”.

traduzione Mirella Abriani

 


….quando l’eternità è intrecciata ai giorni

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La sera, ai confini della città, dopo un giorno intero di vuoto, 

iniziano all’improvviso feste tardive

e il sanscrito del crepuscolo parla

nella lingua rovente della gioia.

In alto nell’aria fluttuano fuochi fatui

di sigarette che nessuno fuma.

Arde la carta di fugaci segreti;

le confidenze del cielo che si spegne sommesso

non si lasciano annotare o ricordare.

Che importa se t’insegue l’esercito del faraone,

quando l’eternità è intrecciata ai giorni

della settimana come il muschio tra le travi

di una casa di legno.

 

 

Adam Zagajewski
Leopoli 21 giugno 1945

da ” Dalla vita degli oggetti”

 


Il mestiere di svegliarsi

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Sempre mi sveglio tardi molto tardi

con una enorme pigrizia

di fare la stessa cosa una volta e un’altra.

Lenta mi sveglio

con fonda rabbia

di scordare il sogno

e raccogliere pezzi

di qualcuno che qualcun altro

chiama con nome lontano.

Mi sveglio fragile

propensa al pianto

magnificando insignificanze

per crescere in diminuzioni

sul desiderio di gattonare.

Oscura mi sveglio

con la mente stanca

con paura in mano e nello sguardo

con un desiderio infinito

che giunga presto la notte

e sia una notte eterna.

Mi sveglio vuota

di parola e pensiero

seminata di silenzi e limitazioni

con la pelle asciutta fatta in briciole

e un sorriso di pietra

nel labirinto della mia storia

Sono invecchiata senza apprendere

il mestiere di svegliarmi.

 

Carmen Naranjo,   Cartago  30 1 1928 – San José 4 1 2012

da  “Oficio de oficios” in  “Nell’imminenza del giorno”  antologia di T. Pieragnolo


…il tempo…..

 

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…Il tempo ci logora e ci consuma

come tacchi di stivali, come acqua su vetro,

come passi su gradini di marmo,

a poco a poco, lentamente, finché non siamo smussati e piatti.

E l’infanzia è lontana, lontana come gli anelli di saturno.

Liberami la mano, Tempo, per questa volta soltanto,

e cammina dietro lungo il corridoio, quello infinito

che porta dove devo andare…

 

Charles Wright, Pickwick Dam,Tennessee 1935.

da “Buffalo Yoga” 2004, in “Breve storia dell’ombra”

a cura di Antonella Francini


Come svanito treno

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Sai dirmi l’età di questo treno, il suo rumore di velocità inafferrabile, tutto il metallo che dal fondo delle miniere viaggiò sui suoi carri, il grano che giunse dai paesi senza nome, il bestiame ammassato e l’uomo con lui sotto qualunque cielo.

Sai dirmi il primo legno trasportato, le regioni innevate e la borsa d’acqua calda per ogni viaggiatore, l’olio delle lampade appese al soffitto dei vagoni, il primo letto che volò sulle rotaie, il primo ristorante che fuggì ad Oriente.

Sai dirmi a che ora giunse nelle capitali nebbiose, o sulla costa trasportando estati, il primo treno che tagliò il deserto, che si arrampicò sulle cime del mondo. O solo il primo treno che, solo, sotto le strade delle città sprofondò.

Perché è in lui che alcuni andarono; per altri fu mani, congedo, bagaglio. Ma in tutti il tempo sospeso, fino a dimenticare i fogli, la consuetudine, l’esistenza. E il bisogno improvviso d’essere passeggeri solo. Qualunque sguardo o nome, solo passeggeri.

 

di Tomaso Piaragnolo e Rosa Gallitelli

da”Nell’imminenza del giorno”

 

Mio padre era ferroviere e da piccola mi portava a guardare i treni che passavano nella piccola stazione del mio paese. Non volevo mai tornare a casa.
Da adolescente, mi piaceva sedermi sulla panchina, lungo i binari. Il treno si fermava ed io osservavo un’umanità sconosciuta dietro ai finestrini, ferma, in attesa, col suo bagaglio di inquietudini e di speranze. Davanti ai miei occhi vedevo la vita svolgersi, senza che niente fosse compiuto. Il treno ripartiva verso chissà dove.
All’università, nelle sale d’aspetto della grande città o sui marciapiedi dei binari, non sentivo più il disagio di non sentirmi mai nel “posto giusto”.
Con gli anni ho capito. E tutto ciò che di precario e passeggero e indefinito può significare una stazione per molti, per me è l’esatto contrario.
In questa vita, forse scopro la mia più grande aspirazione: essere un passeggero, solo un passeggero.
In quel “nulla di definitivo”, in quella “esistenza sospesa”, dove tutto deve ancora avvenire, mi sento al sicuro. Non ho bisogno di pensare. Devo solo aspettare. E una stazione è l’unico posto dove, se vuoi, riesci a perderti. Puoi lasciarti ingoiare dalla marea di facce, di occhi, di gambe e di braccia tutt’intorno.
Sei invisibile!
Iraida (Annamaria Sessa)


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