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Come svanito treno

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Sai dirmi l’età di questo treno, il suo rumore di velocità inafferrabile, tutto il metallo che dal fondo delle miniere viaggiò sui suoi carri, il grano che giunse dai paesi senza nome, il bestiame ammassato e l’uomo con lui sotto qualunque cielo.

Sai dirmi il primo legno trasportato, le regioni innevate e la borsa d’acqua calda per ogni viaggiatore, l’olio delle lampade appese al soffitto dei vagoni, il primo letto che volò sulle rotaie, il primo ristorante che fuggì ad Oriente.

Sai dirmi a che ora giunse nelle capitali nebbiose, o sulla costa trasportando estati, il primo treno che tagliò il deserto, che si arrampicò sulle cime del mondo. O solo il primo treno che, solo, sotto le strade delle città sprofondò.

Perché è in lui che alcuni andarono; per altri fu mani, congedo, bagaglio. Ma in tutti il tempo sospeso, fino a dimenticare i fogli, la consuetudine, l’esistenza. E il bisogno improvviso d’essere passeggeri solo. Qualunque sguardo o nome, solo passeggeri.

 

di Tomaso Piaragnolo e Rosa Gallitelli

da”Nell’imminenza del giorno”

 

Mio padre era ferroviere e da piccola mi portava a guardare i treni che passavano nella piccola stazione del mio paese. Non volevo mai tornare a casa.
Da adolescente, mi piaceva sedermi sulla panchina, lungo i binari. Il treno si fermava ed io osservavo un’umanità sconosciuta dietro ai finestrini, ferma, in attesa, col suo bagaglio di inquietudini e di speranze. Davanti ai miei occhi vedevo la vita svolgersi, senza che niente fosse compiuto. Il treno ripartiva verso chissà dove.
All’università, nelle sale d’aspetto della grande città o sui marciapiedi dei binari, non sentivo più il disagio di non sentirmi mai nel “posto giusto”.
Con gli anni ho capito. E tutto ciò che di precario e passeggero e indefinito può significare una stazione per molti, per me è l’esatto contrario.
In questa vita, forse scopro la mia più grande aspirazione: essere un passeggero, solo un passeggero.
In quel “nulla di definitivo”, in quella “esistenza sospesa”, dove tutto deve ancora avvenire, mi sento al sicuro. Non ho bisogno di pensare. Devo solo aspettare. E una stazione è l’unico posto dove, se vuoi, riesci a perderti. Puoi lasciarti ingoiare dalla marea di facce, di occhi, di gambe e di braccia tutt’intorno.
Sei invisibile!
Iraida (Annamaria Sessa)


Treni

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Questi treni
vanno al sud,
questi treni –

questi treni
sono fatti di sogni
e di tormenti,
questi treni –

come un rosario
mi
scivolano
tra le dita,

mentre spero:
con il prossimo
è la mia volta
di partire.

 

Miroslav Kosuta,  S. Croce di Trieste (Kriz)  11 3 1936

da “Testimonianza” 1976

traduzione di Jolka Milič

 

Miroslav Kosuta, da bambino, imparò a memoria poesie intere, pagine di libri. Lui, sloveno di nascita, non volle dimenticare le proprie radici,  anche quando il fascismo mise al bando a  Trieste la sua lingua madre. Oggi è il più importante poeta sloveno a Trieste.

 

 


…treni che se ne vanno via come la vita

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LXI
e non saranno santi e sacrilegi
e litanie e rosari ottobrini
o serti di alloro nella notte di san giovanni
a mutare alla fine la paura che ti prende
ad essere sola più sola
sola per i sogni provvisori
i mille sogni
più uno che rovesci tra le lenzuola
dove passarci la notte di tutti i giorni
è un muscolo che fa male
perché dei miracoli impastati
di mirra e incenso
tutti sono capaci dopotutto
ma lo scandalo vero
senza governo alcuno
è la fatica che si spende e si spande
nelle piazze affollate di stallieri e regine
di sgualdrine in odore di santità
di eroi da striscia e bucanieri
così che non saranno cristi e rosari
a rifare il
look
a madonne sante e puttanelle
ai palazzi in disuso
alle stelle e alla stalle
né è sufficiente recarsi ai
check in
dove si svendono i voli ad alta quota
o ai porti dove l’acqua è scura come il cuore
o ai treni che se ne vanno via come la vita
e farsi un biglietto di sola andata
per heidelberg favignana o per giugliano
perché ad uno ad uno tu possa contarli
i mille sogni più uno che ci passano accanto
lasciandoci
soli
appassiti
di pezza.

 

Emilio Piccolo, Acerra 13 5 1951 – 23 7 2012
da “Les arrangements”


Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?

treno di notte
” Come potrebbe, dovrebbe essere speso tutto il tempo che ci resta da vivere? Libero e senza forma, viaggia leggero nella sua libertà e resta pesante nella sua incertezza.
E’ un desiderio surreale o nostalgico quello di ripartire ad un punto della nostra vita ed essere capaci di prendere una direzione completamente differente da quello che ci ha reso ciò che siamo?”

da “Treno di notte per Lisbona”


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