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Sul treno notturno da Trieste a Salerno

treno

 

 

 

come nell’infanzia

mi fido solamente

delle cose semplici

dell’acqua aria luce

 

l’acqua trova sempre

una strada in discesa

evita ogni ostacolo

allarga ogni fessura

 

l’aria invisibile si manifesta

nel movimento dei rami e ramoscelli

negli spruzzi delle onde

scopre i tetti spacca gli alberi

sposta le automobili

 

e soltanto la luce ha occhi

nei quali si rimirano le cose

 

come nell’infanzia mi fido solo

ancora delle cose semplici

 

del sorriso smagliante del ragazzo

di carnagione scura della Siria

che balla

sulle ginocchia

dato che gli hanno amputato i piedi

in ogni sua mossa

una profonda irrefrenabile

voglia di una donna

 

mi fido del viso scosso da fremiti

e delle mani che stringono

l’ombrello infilato tra le ginocchia

della donna smilza del Kamerun

dalla voce bassa e calda

è completamente sola

al mondo

 

come nell’infanzia mi fido

solo delle cose semplici

del sonno che deve venire

del sonno che invoco

dalla troppo sveglia

e totalmente nera

notte

(I ricordi sono schegge di vetro 

cocci vitrei nell’oscurità)

 

 

Barbara Korun, nata nel 1963 a Lubiana,

da “Nel mezzo”

traduzione di Jolka Milič.


Alla stazione in una mattina d’autunno

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Oh quei fanali come s’inseguono
accidiosi là dietro gli alberi,
tra i rami stillanti di pioggia
sbadigliando la luce su ’l fango!
Flebile, acuta, stridula fischia
la vaporiera da presso. Plumbeo
il cielo e il mattino d’autunno
come un grande fantasma n’è intorno.
Dove e a che move questa, che affrettasi
a’ carri fóschi, ravvolta e tacita
gente? a che ignoti dolori
o tormenti di speme lontana?
Tu pur pensosa, Lidia, la tessera
al secco taglio dài de la guardia,
e al tempo incalzante i begli anni
dài, gl’istanti gioiti e i ricordi.
Van lungo il nero convoglio e vengono
incappucciati di nero i vigili,
com’ombre; una fioca lanterna
hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei
freni tentati rendono un lugubre
rintócco lungo: di fondo a l’anima
un’eco di tedio risponde
doloroso, che spasimo pare.
E gli sportelli sbattuti al chiudere
paion oltraggi: scherno par l’ultimo
appello che rapido suona:
grossa scroscia su’ vetri la pioggia.
Già il mostro, conscio di sua metallica
anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei
occhi sbarra; immane pe ’l buio
gitta il fischio che sfida lo spazio.
Va l’empio mostro; con traino orribile
sbattendo l’ale gli amor miei portasi.
Ahi, la bianca faccia e ’l bel velo
salutando scompar ne la tenebra.
O viso dolce di pallor roseo,
o stellanti occhi di pace, o candida
tra’ floridi ricci inchinata
pura fronte con atto soave!
Fremea la vita nel tepid’aere,
fremea l’estate quando mi arrisero;
e il giovine sole di giugno
si piacea di baciar luminoso
in tra i riflessi del crin castanei
la molle guancia: come un’aureola
più belli del sole i miei sogni
ricingean la persona gentile.
Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
Meglio a chi ’l senso smarrì de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito.

 

Giosué Carducci
Da “Odi barbare”

 

Un ricordo e una riflessione:

a) Questa, tra le Odi barbare, al liceo fu la mia preferita. Forse perché all’uscita della scuola, io e il mio primo fidanzatino, passavamo il poco tempo che ci rimaneva a sbaciucchiarci nella stazione, prima che arrivasse il treno.

b) Ma oggi, una poesia così chi potrebbe scriverla? il mondo reale attorno a noi chi lo guarda più, incollati come siamo con gli occhi sui telefonini?


È vietato sporgersi dal finestrino

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Anche l’ultimo treno pieno zeppo,
come se gli uomini dovessero fuggire.
Il controllore chiede di passare.
Grazie, dice, grazie, grazie,
davanti a lui tutti sono certamente uguali.
Fuori i paesi prendono il largo
portando con sé gli animali.
Con noi viaggia un vento,
in cerca di fuoco.
Un uomo è affacciato al finestrino
e fuma. Ascolta il coro gigantesco,
che prova incessantemente nel buio.
Grazie, grazie, grazie tante.

Michael Krüger
Wittgendorf, 9 dicembre 1943
da “Poco prima del temporale” traduzione di Gino Chiellino


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