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Dannati maschi

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Dannati maschi, come i dannati bus
tu aspetti, magari per un anno
e appena uno ti si accosta alla fermata
ne spuntano altri due o tre.
Li guardi mentre accendono le frecce,
offrendoti una corsa.
Cerchi di leggere le destinazioni,
hai solo poco tempo per decidere.
Se fai uno sbaglio, non c’è più ritorno.
Salta giù, e starai là a guardare
mentre le auto e i taxi e i camion se ne vanno
con i minuti, con le ore, i giorni.

Wendy Cope, Erith Londra 21 7 1945
da “Gravi preoccupazioni”
traduzione Fiorenza Mormile

Per ironia ma anche per stile, la poesia di Wendy Cope è stata paragonata a quella di Collins e Larkin ma con una prospettiva decisamente femminile. Gli uomini sono spesso il bersaglio del suo spirito pungente ma anche gli aspetti banali della vita inglese, gli equivoci , le frustrazioni e le emozioni che sono alla base delle relazioni a due. Molto più che ironia, nei suoi versi, affiora il tipico humor inglese. Un esempio: in una poesia della raccolta, il dolore per la mancanza dell’amato, lei dice, non sarebbe stato un problema se quella sera non fosse mancato pure il cavatappi. (Per scolarsi, magari, una bottiglia e dimenticare!!)

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Non essendo che uomini….

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Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi,
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l’agile ascesa,
cacciare la testa al di sopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.

Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l’uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo la conclusione.

 

Dylan Thomas
Swansea, 27 ottobre 1914 – New York, 9 novembre 1953

Tutte le volte che arrivo a scuola con una nuova poesia da studiare, per prima cosa, la faccio leggere a voce alta ad ognuno dei ragazzi. Una, due, dieci, venti volte….. Chi l’ha scritta , non è per il momento fondamentale. Quello che chiedo è di sottolineare la parola o le parole che, secondo loro, contengono una densità di significato particolare o che, intenzionalmente, l’autore, ha collocato in una posizione di rilievo rispetto alle altre, e anche quelle sulle quali la voce, loro o quella dei compagni, sembra indugiare. Certe volte ne troviamo più di una, altre volte una sola: quella è la parola-chiave, quella che racchiude il senso di un intero testo.
In questa poesia di Dylan Thomas, la parola chiave è un aggettivo: “immancabili” che si riferisce a stelle. Le stelle sono là, allo stesso posto, da sempre. Appaiono, scompaiono, ritornano sempre. Eppure le uniche creature che riescono ancora a stupirsi, a sorprendersi del loro “immancabile” ritorno, sono i bambini. Gli uomini si aggirano in un labirinto di paure, non osano salire sugli alberi (…camminano tra gli alberi..) non tragrediscono le “regole”, non le vedono le stelle anche se (….dalla confusione e dallo stupore …dal caos verrebbe la beatitudine), dallo stupore prenderebbe vita la leggerezza e la gioia di esistere.
Ma gli uomini “non essendo che uomini” camminano tra gli alberi e hanno paura di “svegliare le cornacchie”
Difficilmente li raggiunge la vertigine del piacevole e beato stupore per le “immancabili stelle”.
Iraida (Annamaria Sessa)


La letteratura ci salverà.


Qualche giorno fa l’Huffington Post spagnolo, a commento delle immagini crude e terribili della protesta in Spagna contro il governo, e che hanno fatto il giro del mondo, ha pubblicato un post di Pedro Almodovar. Mentre lo leggevo, mi è venuto da pensare che ciò che sta accadendo a milioni di persone oggi, avrebbe bisogno di essere raccontato dalla letteratura. Il regista spagnolo ha posto l’accento sull’importanza delle nuove tecnologie che valgono più di tante narrazioni “di parte” della barbarie che si sta compiendo in nome del profitto. E io credo che oggi manchi una rappresentazione letteraria di ciò che sta stravolgendo la vita dell’uomo contemporaneo, le dinamiche relazionali, i modi stessi di pensare a sè e al suo posto nel mondo, il senso da dare alla sua esistenza. Se la storia è la fredda cronaca delle vicende umane di ogni epoca, la letteratura è la narrazione delle illusioni, della fatica, dei desideri, del coraggio e delle speranze di uomini e donne che sono dietro a quelle vicende e ne determinano la sostanza. John Steinbeck seppe raccontare, attraverso la storia di una famiglia americana, la depressione del 1929 , la crisi, la miseria, il caro benzina, l’usura… Eh sì, è di un’attualità impressionante questo romanzo, che conosciamo col titolo italiano di “Furore” ma in quello originale è The grapes of wrath, i grappoli della rabbia, quella che sale su per il collo a intere famiglie affamate dalle banche, quelle che nel romanzo vengono definite “mostro”, opera dell’uomo stesso ma delle quali ha perso il controllo.

La letteratura è capace di cercare e trovare il significato universale dell’agire umano, attraverso il racconto del suo quotidiano ma, soprattutto, può aiutarci a capire dove stiamo andando.

Iraida


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