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Dalla torre degli anni che chiamo vita…

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Dalla torre degli anni che chiamo vita
guardo nel pozzo: non tempo ma spazio, non qui ma laggiù,
non senso ma memoria, ovunque in nessun luogo –
la storia incerta, il nodo al fazzoletto,
il dove-siete-morti-onnipresenti, i vostri nomi
in un istante mi riportano all’infanzia, a ritroso percorro
la lunga strada fino al Natale e i suoi doni.
Così il DNA modella la sostanza dei sogni,
e la vecchiaia non ha motivo d’essere.
Un sapore proustiano, un profumo, la musica di una frase
sfidano la legge naturale cui si sottraggono.
La vita sarà mia fintantoché io sarò la mia mente
e la gioventù? Sofferenze, ansie e ferite
meglio ricordate che rivissute.

 

Anne Stevenson, Cambridge 3  1  1933

La vita delle parole

traduzione di Carla Buranello


Lezione d’amore (II)

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Se ti guardi allo specchio
e non sembri quella che hai visto ieri (meglio che mai),
se ti guarda indifferente, come se non vedesse nessuno,
colui che viveva per te
vedendosi allo specchio, infuocato dall’amore,
non ti lamentare del tempo, non soffrire per il tuo corpo.
È questo il momento in cui tu sei.
Saggezza / bellezza si riuniscono nel tuo nome.
Sono al punto giusto le doti migliori del tuo orto.
Ciò che ieri davi fresco, privo di qualità,
assillata dagli sciocchi,
è tramontato senza lasciare il segno, senza rendertene conto.
Abbandonati alla vita, a petto scoperto,
oggi che sai come brandire – come poche – l’anima.
Scopri ciò che possiedi sotto gli anni,
ciò che si trova a metà strada in mezzo alla tua vita.
Se ti guardi nello specchio
ti vedrai meglio che mai.

 

Rigoberto Paredes, Honduras 26 4 1948 – Tegucigalpa 9 3 2015
da Fuego lento. Antología personal
traduzione di Martha Canfield

Una lezione d’amore, questa, e un invito ad amarsi per come si è, nonostante i segni lasciati sui corpi dal tempo che passa.
Se ci guardiamo allo specchio, davvero, non ci siamo mai visti meglio di ora ché, insieme alle rughe e ai capelli sempre più bianchi, l’anima riflessa per la prima volta, mette in luce ciò che siamo diventati. Tutto sommato siamo meglio di quello che crediamo, ora che “Sono al punto giusto le doti migliori del [nostro] orto”

Annamaria Sessa


Tregua

2016-11-19 10.07.31

Oggi sono vecchia così come desidero essere,

senza alcun imbarazzo.

Ho scambiato tutti i desideri con  i ricordi 

e una tazza di tè. 

 

Adélia Prado,  Divinopolis (Brasile) 13 12 1935


Il bimbo ristette, lo sguardo era triste e poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!” (F. Guccini)

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Il bambino smise di giocare
e parlò al vecchio come un amico.
Il vecchio lo udiva raccontare
come una favola la sua vita.

Gli si facevano sicure e chiare
cose che mai aveva capite.
Prima lo prese paura poi calma.
Il bambino seguitava a parlare.

 

Franco Fortini

Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994

da “Il falso vecchio” in “Questo muro”

Nei versi  di Fortini come  nel testo di una canzone di Guccini (Il vecchio e il bambino),  le generazioni si incontrano e, in un certo senso, si riconciliano grazie alla narrazione che è uno  straordinario collettore di ricordi ma anche di sogni e aspirazioni.


là dove tutto è successo un tempo

 

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Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate
dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano.
Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome;
ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo
che si colma:
si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride
da una scala,
prende un libro già letto dallo scaffale; oppure, qualche
volta,
soltanto quelle stanze, le sedie e un fuoco ardente
o, alla finestra, un cespuglio mosso dal vento o il sole,
timido e gentile, sul muro una serata solitaria
di mezza estate dopo l’acquazzone. È là che vivono:
non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo.
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Philip Larkin,  Coventry 9 8 1922 – Londra 2 12 1985

dalla poesia  Vecchi scemi nella raccolta “Finestre alte”

traduzione di E. Testa

 

 


E viene un tempo…..

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E viene un tempo che la tua persona
si fa maturando più dolce, si screzia
il tuo volto di bruna come i fiori
che ami, i garofani e i gerani
dell’umida primavera di qui.
Gli anni sono passati, sull’intonaco
inverdito di muffa luce e ombra
si baciano, a quest’ora che volge,
con tale disperata tenerezza
il tempo prolungando dell’addio.

 

Attilio Bertolucci

Parma 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa”


Ultimamente

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I giorni vengono 
e vanno
e questo è tutto quello che fanno

come pagine di un romanzo 
che dimentichi 
quando passi al seguente

o quando vai 
in  treno 

guardando fuori dal finestrino 
e ti interessa appena
il paesaggio.

 

Karmelo C. Iribarren, San Sebastián 1959

 


Amo il mio corpo

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[…]  Amo questo corpo vecchio e la sostanza

della sua miseria clinica.

La dimenticanza

dissolve la materia riflessiva

davanti ai grandi vetri

della menzogna.

Ormai

tutto è risolto.

In me non c’è causa. In me non c’è

più stanchezza e

un’antica distrazione:

passare

dall’inesistenza

all’inesistenza.

È

un sogno.

Un sogno vuoto.

 

Ma succede.

Io amo

tutto quello che ho creduto

vivere in me.

Amai le mani

grandi di mia madre e

quel metallo antico

dei suoi occhi e quella

stanchezza piena di luce

e di freddo.

Disprezzo

l’eternità.

Ho vissuto

e non so perché.

Adesso

devo amare la mia propria morte

e non so morire.

                     Che sbaglio.

 

 

Antonio Gamoneda, Oviedo (Spagna) 30  5  1931

Da “Canzone erronea”

Traduzione di Alberto Pellegatta

 

 


Il mestiere di svegliarsi

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Sempre mi sveglio tardi molto tardi

con una enorme pigrizia

di fare la stessa cosa una volta e un’altra.

Lenta mi sveglio

con fonda rabbia

di scordare il sogno

e raccogliere pezzi

di qualcuno che qualcun altro

chiama con nome lontano.

Mi sveglio fragile

propensa al pianto

magnificando insignificanze

per crescere in diminuzioni

sul desiderio di gattonare.

Oscura mi sveglio

con la mente stanca

con paura in mano e nello sguardo

con un desiderio infinito

che giunga presto la notte

e sia una notte eterna.

Mi sveglio vuota

di parola e pensiero

seminata di silenzi e limitazioni

con la pelle asciutta fatta in briciole

e un sorriso di pietra

nel labirinto della mia storia

Sono invecchiata senza apprendere

il mestiere di svegliarmi.

 

Carmen Naranjo,   Cartago  30 1 1928 – San José 4 1 2012

da  “Oficio de oficios” in  “Nell’imminenza del giorno”  antologia di T. Pieragnolo


Balla, donna dai capelli bianchi….

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Balla, donna dai capelli bianchi,
rallegrati,
infila i fiori nelle tempie e non credere a
chi ti dice che sei invecchiata,
rompi gli specchi, sebbene siano cari, tutti bugiardi,
indossa abiti di fuoco,
grida al mondo: vivo, quindi valgo
nella danza celeste dei pianeti,
tu sei la stella della fortuna.
Balla, donna dai capelli argentei,
Nessun’altra è più bella di te,
quando regali l’acqua viva
allo spuntare del sole, della luna,
quando non ti curi del fosso scavato
dalla lacrima dell’amore, della veglia, del terrore
della morte precoce,
sulla guancia non ancora baciata…
Balla, donna dai capelli stellati,
sulla strada maestra dei mondi magici,
ridendo e piangendo,
sebbene tu non sia più giovane, 
non hai ricchezze, né rango
e dal cielo cadono le azzurre piogge uraniche.

 

Victoria Milescu, Romania 18 12 1952

traduzione di Alexandru Calciu

 


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