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là dove tutto è successo un tempo

 

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Ma forse essere vecchi è avere stanze illuminate
dentro la testa, e in esse delle persone, che recitano.
Persone che conosci, ma di cui ti sfugge il nome;
ognuno appare in lontananza come un vuoto profondo
che si colma:
si volta sulla soglia di casa, sistema una lampada, sorride
da una scala,
prende un libro già letto dallo scaffale; oppure, qualche
volta,
soltanto quelle stanze, le sedie e un fuoco ardente
o, alla finestra, un cespuglio mosso dal vento o il sole,
timido e gentile, sul muro una serata solitaria
di mezza estate dopo l’acquazzone. È là che vivono:
non qui e adesso, ma là dove tutto è successo un tempo.
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Philip Larkin,  Coventry 9 8 1922 – Londra 2 12 1985

dalla poesia  Vecchi scemi nella raccolta “Finestre alte”

traduzione di E. Testa

 

 

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E viene un tempo…..

bb

 

E viene un tempo che la tua persona
si fa maturando più dolce, si screzia
il tuo volto di bruna come i fiori
che ami, i garofani e i gerani
dell’umida primavera di qui.
Gli anni sono passati, sull’intonaco
inverdito di muffa luce e ombra
si baciano, a quest’ora che volge,
con tale disperata tenerezza
il tempo prolungando dell’addio.

 

Attilio Bertolucci

Parma 18 11 1911 – Roma, 14 6 2000

da “Lettere da casa”


Ultimamente

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I giorni vengono 
e vanno
e questo è tutto quello che fanno

come pagine di un romanzo 
che dimentichi 
quando passi al seguente

o quando vai 
in  treno 

guardando fuori dal finestrino 
e ti interessa appena
il paesaggio.

 

Karmelo C. Iribarren, San Sebastián 1959

 


Amo il mio corpo

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[…]  Amo questo corpo vecchio e la sostanza

della sua miseria clinica.

La dimenticanza

dissolve la materia riflessiva

davanti ai grandi vetri

della menzogna.

Ormai

tutto è risolto.

In me non c’è causa. In me non c’è

più stanchezza e

un’antica distrazione:

passare

dall’inesistenza

all’inesistenza.

È

un sogno.

Un sogno vuoto.

 

Ma succede.

Io amo

tutto quello che ho creduto

vivere in me.

Amai le mani

grandi di mia madre e

quel metallo antico

dei suoi occhi e quella

stanchezza piena di luce

e di freddo.

Disprezzo

l’eternità.

Ho vissuto

e non so perché.

Adesso

devo amare la mia propria morte

e non so morire.

                     Che sbaglio.

 

 

Antonio Gamoneda, Oviedo (Spagna) 30  5  1931

Da “Canzone erronea”

Traduzione di Alberto Pellegatta

 

 


Il mestiere di svegliarsi

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Sempre mi sveglio tardi molto tardi

con una enorme pigrizia

di fare la stessa cosa una volta e un’altra.

Lenta mi sveglio

con fonda rabbia

di scordare il sogno

e raccogliere pezzi

di qualcuno che qualcun altro

chiama con nome lontano.

Mi sveglio fragile

propensa al pianto

magnificando insignificanze

per crescere in diminuzioni

sul desiderio di gattonare.

Oscura mi sveglio

con la mente stanca

con paura in mano e nello sguardo

con un desiderio infinito

che giunga presto la notte

e sia una notte eterna.

Mi sveglio vuota

di parola e pensiero

seminata di silenzi e limitazioni

con la pelle asciutta fatta in briciole

e un sorriso di pietra

nel labirinto della mia storia

Sono invecchiata senza apprendere

il mestiere di svegliarmi.

 

Carmen Naranjo,   Cartago  30 1 1928 – San José 4 1 2012

da  “Oficio de oficios” in  “Nell’imminenza del giorno”  antologia di T. Pieragnolo


Balla, donna dai capelli bianchi….

bb

 

Balla, donna dai capelli bianchi,
rallegrati,
infila i fiori nelle tempie e non credere a
chi ti dice che sei invecchiata,
rompi gli specchi, sebbene siano cari, tutti bugiardi,
indossa abiti di fuoco,
grida al mondo: vivo, quindi valgo
nella danza celeste dei pianeti,
tu sei la stella della fortuna.
Balla, donna dai capelli argentei,
Nessun’altra è più bella di te,
quando regali l’acqua viva
allo spuntare del sole, della luna,
quando non ti curi del fosso scavato
dalla lacrima dell’amore, della veglia, del terrore
della morte precoce,
sulla guancia non ancora baciata…
Balla, donna dai capelli stellati,
sulla strada maestra dei mondi magici,
ridendo e piangendo,
sebbene tu non sia più giovane, 
non hai ricchezze, né rango
e dal cielo cadono le azzurre piogge uraniche.

 

Victoria Milescu, Romania 18 12 1952

traduzione di Alexandru Calciu

 


Non ho più vent’anni!

 

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Non ho più vent’anni!
Con questa esclamazione
la mia voce unisce gli spazi tra di loro
come il balzo di una superba pantera!
Non ho più vent’anni!
Mi levo, sempre più sicura di me,
sempre più graziosa,
dalla schiuma delle approssimazioni.
I miei pensieri non sono più appesi
a fili esili come ragnatele.
Ho perduto la sventatezza sterile
e il panico nel contemplare l’infinito.
Non ho più vent’anni!
I miracoli si sono amplificati,
ad ogni istante affronto
il volto invisibile del mondo
fino a quando ghirlande di significato
non illuminano la mia festa!
Con sorriso trionfale
sfido il tempo
e il suo diamante aguzzo
che scolpisce il mio sembiante.

 

Nina Cassian

Galati 27 11 1924 – New York 15 4 2014

da “C’è modo e modo di sparire”

traduzione di Anita Bernacchia e Ottavio Fatica

 


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