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…che non posso sapere solo quel che ho visto…..

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Il gufo
Pensavo che in qualche modo un pezzo di stoffa fosse stato
scagliato nella notte, un pezzo di stoffa che volava
in alto, poi da una parte all’altra, di là dalla finestra.
Una tovaglia o un fazzoletto, un nodo
che in qualche modo si allentava, si stringeva, attraverso
il buio fitto. Pensavo che in qualche modo
un pezzo di stoffa si fosse perduto oltre la corda del bucato–
liberato, sebbene sembrasse come un nodo
ancora sospeso, allentato. Mani umane non potevano
aver lanciato così in alto, o impresso una tale forza alla stoffa,
eppure sapevo che nessun dio si sarebbe dato pena
per un riquadro d’aria così piccolo. E ancora si muoveva e
ancora si precipitava e svaniva oltre il vetro.
Il dopo-immagine se ne andò, una macchia oltre
la lastra ghiacciata. E là, più vicina, stava l’erba
invernale così nera da non avere consistenza
finché guardai ancora e lo vidi piegarsi
di fragile brina. Un acro di là (un luogo
comune), una fila di alberi, una fila di stelle.
Cercalo dunque: troverai che potresti perdere
il senso della profondità,
una foglia, un fascio
di carta, una federa
o una faccia
a forma di cuore,
un sibilo che infuria,
come i venti, come
la morte, in un groviglio
là nei rami.
Ho chiamato questa poesia “il gufo,”
il nome che, come una chiave, serrasse fuori il buio
e mi lasciasse poi chiudere il libro e fare
un sogno invernale. Eppure la verità rimane
che non posso sapere solo quel che ho visto
e se
viene ogni notte, ogni sogno, ogni stella, o
per niente. Non è, non è mai evidente
che l’attesa sia senza motivo. La rivoluzione del mondo
smentisce il caos delle sue forme–(il tipo
di cosa per cui gli astronomi
abbassano lo sguardo per scrivere
nei libri).
E ancora pensavo che un pezzo di stoffa
fosse volato fuori dalla mia finestra, o che mani umane
avessero liberato un’ala, o dèi vorticosi si rivelassero,
o che, novità meravigliosa, un gufo del nord,
un gufo delle nevi fosse disceso.

Susan Stewart, Pennsylvania 1952
da Red Rover
traduzione di Maria Cristina Biggio


Brucia!

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Brucia tutto ciò che puoi:
le lettere d’amore
le bollette telefoniche
la lista dei vestiti sporchi
le scritture e certificati
le confidenze di colleghi risentiti
la confessione interrotta
il poema erotico che ratifica l’impotenza e annunzia l’arteriosclerosi
i ritagli antichi e le fotografie ingiallite.
Non lasciare agli eredi famelici
nessun ricordo di carta.

Sii come i lupi: vivi in una caverna
e mostra alla canaglia delle strade soltanto i denti affilati.
Vivi e muori chiuso come una chiocciola.
Dì sempre di no alla scoria elettronica.

Distruggi le poesie interrotte, i bozzetti, le varianti e i frammenti
che provocano l’orgasmo tardivo dei filologi e glossatori.
Non lasciare ai raccogliori della spazzatura letteraria nessuna briciola.
Non confidare a nessuno il tuo segreto.
La verità non può essere detta.

Lêdo Ivo
Maceió, 18 2 1924 – Siviglia, 23 12 2012
traduz. di Carlo Bordini


La via italiana alla verità: l’arabesco

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Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste, semplicemente, la verità.
Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri, perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi.
Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco.
Viviamo in una rete d’arabeschi.

Ennio Flaiano, giornalista, scrittore, sceneggiatore, umorista, critico cinematografico, drammaturgo italiano.
Pescara 5 marzo 1910 – Roma, 20 novembre 1972

Flaiano, una personalità straordinaria.


La casa era silenzio e il mondo era calma

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La casa era silenzio e il mondo era calma
Il lettore divenne il libro; e la notte estiva
era il sentire del libro
La casa era silenzio e il mondo era calma
Le parole furono dette come se il libro non ci fosse
se non che il lettore era chino sulla pagina,
Voleva stare chino, voleva molto tanto essere
lo studioso a cui il suo libro dice il vero, a cui
la notte estiva è come una perfezione del pensiero.
La casa era silenzio perchè così doveva essere.
Il silenzio era parte del senso, parte della mente:
il passaggio che conduce la perfezione alla pagina.
E il mondo era calmo. La verità in un mondo calmo.
in cui non c’è altro senso, essa stessa
è calma, essa stessa è estate e notte, essa stessa
è il lettore che a tarda ora chino legge.

Wallace Stevens
Reading, 2 ottobre 1879 – Hartford, 2 agosto 1955

Una sera d’estate, il silenzio della casa, un libro, un uomo che legge e in quel libro cerca la verità (…a cui il suo libro dice il vero..) la perfezione dell’esistenza. La vita di tutti i giorni e del mondo è come sospesa. Legge e diventa lui stesso creatore della realtà a cui tutto appartiene(…il lettore divenne il libro…): in quel momento magico, il lettore, il libro, la casa, la notte, il mondo, il silenzio, non sono unità diverse e separate, tutto si fonde e si riversa nella “calma” universale (…la verità in un mondo calmo…): sono loro, insieme, la totalità e la sostanza dell’esistenza (… non c’è altro senso…) sono loro la “verità, l’unico senso. Iraida

Altre poesie di Wallace Stevens Qui


La poesia è spietata. Ci svela la verità, come lo specchio fa con la nostra immagine.

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Non per la prima volta nella vita
sono costretto a scrivere poesie
che non sono poesie.
Quando quarant’anni fa
volevo comunicare ai giovani rincretiniti
della gioventù comunista
che il regime sovietico era fascismo
allora ho dovuto dirlo chiaro e tondo.
La poesia è compito grave
e non sempre può portare solo bellezza.
Deve anche dare per tempo
un calcio in culo alla gente

Egon Bondy
Praga 20-1-1930. Bratislava 9-4- 2007

 


La grande menzogna.

VORREI NON ODIARE QUESTA SERA

Vorrei non odiare questa sera,
non portare sulla mia fronte la nube oscura.
Questa sera vorrei avere occhi più chiari
per posarli sereni nella lontananza.
Dev’essere bellissimo poter dire:
“Credo nelle cose che esistono e in altre
che probabilmente non esistono,
in tutte le cose che possono salvarmi,
anche ignorando il loro nome;
conosco la frutta dorata che dona l’allegria.”
Vorrei non odiare questa sera,
sentirmi leggero, essere fiume che canta,
essere vento che muove la spiga.
Guardo a ponente. S’abbuiano i lunghi percorsi
che vanno nella notte,
che donano la loro stanchezza alla notte, che entrano
nella notte a sognare nella sua grande menzogna.

José Hierro del Real
(Madrid, 3 aprile 1922 – Madrid, 21 dicembre 2002)

Da Alégria. Trad. Alessio Brandolini


I poeti hanno i piedi per terra.

“La poesia è una sorta di riassunto, più veritiero forse che la narrativa stessa. Rifiuta il fantasioso, il fuori dalla realtà. E’ il romanziere che si picca di interpretare la realtà come fosse la realtà stessa. Il poeta, invece, si attiene alla realtà”

Da “intervista ad Amelia Rosselli” di Sergio Falcone


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