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Buon viaggio!

2017-06-19 12.17.59

 

Le tue prime scarpe erano bianche e di pelle morbida.

Oggi sono un ninnolo appeso

alla porta della tua vecchia stanza,

 la tua bambina ogni tanto ci gioca.

Non si adattano più  all’impronta  (enorme) del tuo piede,

solo,   dondolano ogni volta che si entra.

Allora,   ti raccontavo il mondo così: 

il bosco,  il cavaliere coraggioso,

viaggi lunghi quanto una vita,

 terre lontane,  reami sconosciuti e poi  

la via del ritorno, sempre così facile  da percorrere!

Crescendo, i tuoi piedi hanno sempre avuto

voglia più di correre  che di camminare,

insaziabili di strada come le vele lo sono del  vento.

Sei partito tante volte per vedere come è fatto il mondo

e ogni volta sei ripartito con la stessa urgenza di andare.

 Anche ora parti, figlio,  vai con tutta la tua vita,

l’orizzonte negli occhi  e la sete  del remoto nel cuore,

vedrai mari mai visti, il mondo come dovrebbe essere,

senza confini,  respirerai il vento e le sue distanze,

 vedrai i mattini che sempre ricompaiono uguali

dopo notti scintillanti. E uccelli migratori   

che imparano ogni volta la via del ritorno.

Anche tu tornerai, alla tua casa. Al tuo cuore.

Perché, ricorda,  è da lì che sei partito ogni volta,

da  te stesso, ed è lì che troverai le risposte che cerchi

 intanto che in te nuove  domande  nasceranno  ancora e ancora e ancora……

Buon viaggio!

mamma

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…….sono io il viaggiatore di me stesso

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a volte arriva qualcuno
si stabilisce nel mio cuore
avviluppa tutto il mio corpo
si fonde il ferro che mi protegge
dice le parole che non ascolto mai
mi racconta me stesso
capovolge il mio mondo
mi porta lontano
no, non è solo di questo che voglio parlare
è qualcun’altra o tu forse
ma capisco alla fine
sono io il viaggiatore di me stesso

 

Metin Cengiz, Göle/Kars (Turchia) 3 maggio 1953

Traduzione: Raffaella Marzano


Discorso del viaggiatore

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È libera quella sedia?
Posso sedermi?
E’ da tanto che sono in viaggio.
Le mie scarpe
hanno carpito ai ciottoli il poema delle strade,
all’asfalto il suo sospiro oleoso.
Sono andato sempre per vie tracciate da altri,
ogni pietra un ricordo di viaggiatori precedenti.
Ho sentito il freddo ed il calore inafferrabile,
l’infelicità l’ho riconosciuta dagli occhi splendenti.
L’amore non mi ha mai trattenuto.
E il dolore
ha camminato accanto a me
e voleva sorpassarmi.
Ho ascoltato canti e discorsi sciolti
nessuna rima mi ha fatto inciampare.
Ho incontrato uomini,
che avevano risolto il problema della morte,
ed altri che continuavano a credere nell’immortalità.
Ho raccolto tutto ciò

che i miei predecessori h
anno fatto cadere,
da appesantirmi tanto lo zaino.
Adesso che mi sto riavvicinando all’inizio,
i piedi non mi ubbidiscono più.
Sono stanco,
ci vedo a stento,
ho fatto il viaggio a spese degli occhi.
Se permettono prendo un pezzo di pane
e un po’ di vino.
Grazie.
Adesso mi sento quasi come a casa.

Michael Krüger
Wittgendorf, 9 dicembre 1943
da “Il coro del mondo”


Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?

treno di notte
” Come potrebbe, dovrebbe essere speso tutto il tempo che ci resta da vivere? Libero e senza forma, viaggia leggero nella sua libertà e resta pesante nella sua incertezza.
E’ un desiderio surreale o nostalgico quello di ripartire ad un punto della nostra vita ed essere capaci di prendere una direzione completamente differente da quello che ci ha reso ciò che siamo?”

da “Treno di notte per Lisbona”


…..in questa vita la mia grande aspirazione: essere un passeggero, solo un passeggero…

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Mio padre era ferroviere e da piccola mi portava a guardare i treni che passavano nella piccola stazione del mio paese. Non volevo mai tornare a casa.
Da adolescente, mi piaceva sedermi sulla panchina, lungo i binari. Il treno si fermava ed io osservavo un’umanità sconosciuta dietro ai finestrini, ferma, in attesa, col suo bagaglio di inquietudini e di speranze. Davanti ai miei occhi vedevo la vita svolgersi, senza che niente fosse compiuto. Il treno ripartiva verso chissà dove.
All’università, nelle sale d’aspetto della grande città o sui marciapiedi dei binari, non sentivo più il disagio di non sentirmi mai nel “posto giusto”. Ancora oggi, spesso mi chiedo “ma cosa ci faccio qui?”
Con gli anni ho capito. E tutto ciò che di precario e passeggero e indefinito può significare una stazione per molti, per me è l’esatto contrario.
In questa vita, forse scopro la mia più grande aspirazione: essere un passeggero, solo un passeggero.
In quel “nulla di definitivo”, in quella “esistenza sospesa”, dove tutto deve ancora avvenire, mi sento al sicuro. Non ho bisogno di pensare. Devo solo aspettare. E una stazione è l’unico posto dove, se vuoi, riesci a perderti. Puoi lasciarti ingoiare dalla marea di facce, di occhi, di gambe e di braccia tutt’intorno.
Sei invisibile!
Iraida (Annamaria Sessa)


Verso dove, non so ancora.

Tempo fa sulla home del mio blog, sulla sinistra, c’era l’immagine di una stazione ferroviaria e, lungo i binari, la figura di una donna con in mano una valigia. Una volta un’amica mi chiese “ma questa donna,  parte o  arriva dove voleva?”

Ed io “che importanza ha? tutte le strade sono uguali,  sei tu a decidere se un percorso sia un arrivo piuttosto che  un ritorno. Sei tu stessa il viaggio che non ha inizio né fine e  qualsiasi strada non porta da nessuna parte: in fondo  sei tu che parti da te stessa e  l’unico punto in cui arrivi  sei sempre  tu”

E poi ho pensato che mi riconosco parecchio in quella donna che, bagaglio in mano, ha l’aria di riprende la sua strada. Verso dove non so ancora.

Una mattina di dicembre di due anni fa la mia vita è stata scaraventata in un” vuoto di senso” al di là del quale sono rimasti il mondo delle cose, gli altri e quello che ero. Per due anni   ho cercato  in un “corpo”  violato ed indolente  i  pensieri, i ricordi  e i desideri  e tutti  i baci  di chi scandiva il ritmo dei miei giorni. Per due lunghi anni ho frugato nei suoi  occhi persi e  ho trovato solo il vuoto  di un universo senza tempo, senza luoghi, senza rumori, un buco nero  dove sono annegata io stessa con  il mio sentire.

Da un mese, quella che apparentemente era una morte è diventata lo strazio  del vedersi portare  via anche ciò che restava di quel corpo:  il viso, gli occhi, le mani, il respiro.
Non so dove andrò adesso, so solo che dovrò riprendere i passi su vecchie orme, ritornare nella terra del

” prima” e oltrepassare il confine con i miei giorni futuri. Ho letto  da qualche parte che esiste un “tempo atteso” ed è quello in cui siamo capaci di alleggerirci del tempo passato per poter più agevolmente guardare al cammino  che ci aspetta.

Ecco cosa dovrò fare. Ma ho bisogno di riprendere fiato e…. coraggio.


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