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Duemila anni fa

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Duemila anni fa come sappiamo
fenici, galli, jiuti, ed ateniesi
in buona compagnia d’altri francesi,
di romani, frisoni e di danesi
sacrificavano contenti ai loro dei
ogni ben che potesse asserenarli,
ma pretesero templi ancor più grandi,
e vollero le vergini più ciotte
sacerdotesse senza le culotte.
Le fate si nascosero a paludi
tentando di apparire pria del tempo,
balenando gli spiriti e i demoni,
fra tuoni lampi fulmini e tromboni,
giganti senza nome, ed i folletti,
gli gnomi, i fauni, i mille spiritelli,
che stregarono i tempi in cui le croci
ancora non ronzavano alle luci…
Ecco i guerrieri, i centurioni, i forti,
con elmo con cavallo e con tumulti.
La Riforma riforma molti eventi
e con ingiurie, pregiudizi e botte
scelsero i miscredenti giorno e notte.
La solita manfrina ce la canta
una politica universale e stanca:
se il kamikaze mi rompe la vetrina
noi gli sfondiamo il culo domattina.

Antonio Spagnuolo, Napoli 1931
da Vico Acitillo

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….come un biglietto per la vita

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1984
Sera di primavera a sorgere dietro i vari
strati dell’aria a sorgere ed incielarsi il sogno
dell’arancia
a striare il cielo nella camera
escono i bambini dalle comete della scuola:
parole esatte tagliano gli attimi:
segnali, segnali: lì è la vita, la trasgressione minima
nel numero di telefono,
tenerezze in erotismo.

Si chiama Alessia, percorre l’ufficio,
lui si avvicina alla meta come un biglietto
per la vita: lei prende la penna rosa e gli scrive sulla pelle.

Raffaele Piazza
da “Del Sognato”
Biografia su Fili d’aquilone


Cosa vuoi fare da grande?

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A mia nipote che ha quattro anni, spesso chiedo “cosa vuoi fare da grande?” e lei ogni volta, sempre più seccata, perché sa che io conosco la risposta, scandisce lentamente “la dottoressa e la ballerina”. L’ultima volta che gliel’ho chiesto, mi ha fissata con un’espressione dapprima indispettita, poi il suo sguardo è cambiato, d’un tratto è diventato tenero e…. indulgente. Mi ha sorriso e ha continuato a giocare. E’ stato un attimo, un attimo di silenzio in cui mi è sembrato di aver colto il significato nascosto del mio stare al mondo .
“…il difficile che diventa facile quando cominci ad amare”
Iraida

Non so quale felicità avremmo vissuto,
o quale guancia avremmo offerto all’offesa
se felicità c’è stata, se c’è stata offesa.
Così lo scrivo, ne faccio segno,
per capire come si spiega l’albero la potatura,
il papavero lo strappo
i bambini il tempo e lo spazio:
– dove va la notte quando è giorno?
– mezz’ora è tanto o poco?
O come si spiega il vuoto degli esseri
che ci stanno accanto come un’assenza
o il senso irsuto della vita,
il suo difficile che diventa facile
quando cominci ad amare.

Lucianna Argentino.

dalla raccolta inedita “L’ospite indocile”

la poesia è tratta da http://www.vicoacitillo.it/almanacco/argentino.html


L’ovvio che affoga il mondo

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Dicono troppo e nulla
di tutto voraci
e di niente affamati
mentre mettono in fila
rumori e parole e ragionamenti
e incontinenti finzioni
il catalogo del mondo
insomma
tra l’antipasto e il dolce
per divorarlo.
Parlano a caso i parlanti
stanziali di geografie logiche
come a caso volano le mosche
che gli spazi normano
del vuoto smisurato percorrendo.
Nell’angolo destro
dove i giochi delle latitudini e delle longitudini
varchi aprono e neri passaggi
nelle sintassi e nelle grammatiche
dei ricordi
e rimbalzi di trasalimenti
nel pianeta degli sconti e dei saldi
e delle assoluzioni
un ragno antico vive bene
nel silenzio
dove tutto è pesante
al punto giusto
e attento ascolta i soffi
delle parole incolori
come incolore è l’ovvio
che affoga il mondo.
E non c’è intelligenza né tecnica
che tenga
per evitare inconsistenze e smottamenti
di parole
e aborti e gelate invernali
e treni notturni che viaggiano
nel nulla
e aggettivi acidi come il caglio
e verbi intransitivi come rovi
come solo può esserlo
un cuore in inverno
e non c’è intelligenza o tecnica
o gioco del pari e dispari
sulle tabelle delle assonanze
per darsi una ragione
e un canto e una disperazione
e una dispersione o semplicemente
il coraggio di un mestiere di ragno
che ancora e ancora
dia un colore ai sensi della specie.
Sola resta la pazienza
di aspettare che al vento delle stelle
si asciughi il dolore del mondo
così giovane dopotutto e così morto.

Pietro Pasquale Daniele
dal sito http://www.vicoacitillo.it/


Un lungosenna ci manca….dalle nostre parti

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Lungosenna

Un lungosenna ci manca
da queste parti
e un fiume lento ed assassino
che come un ragionamento
attraversi la città impura
(vanno i batò lenti e scendono
Senza fretta verso dove)
un ragionamento che sia
la ferita e la sutura
di una città sventrata e persa
una ruga sul volto
di una donna che fu bella
e in altro modo si ridisegna al tempo
un lungosenna di merda
che separi il loglio dal grano
e in mezzo il nulla
del tempo che precipita
verso l’infinito orrore.
Perché questo è il giardino
della vergogna, viandante stupito,
questa è la città
in bilico sul rasoio delle sconfitte
giorno dopo giorno.
-fosti tu a dire di farlo
-fosti tu a farlo
-fosti tu a pensare e a non dire.
Un lungo fiume assassino che
acqua lustrale la città
questa per dio
purifichi per allagamento e per immersione
per rapina e per erosione
per spolpamento delle nefandezze
e giù nell’infinito mare
tutta trasporti l’arroganza
delle genti ignoranti
che ai figli ai propri figli per dio
l’orgoglio negarono
della bella gioventù.

Pietro Pasquale Daniele

Dal sito http://www.vicoacitillo.it/