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Resto

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A modo mio tutto ho fatto per non tornare
qui. Per non espormi all’inutile corrosione
della memoria, all’ingannevole magma delle
parole. A modo mio ho evitato sempre queste
grate, questi alberi simmetricamente

allineati che mi accennano in fondo
al Palazzo Reale. Percorso tante volte
ripetuto e oggi rifiutato, fra sorrisi
contraffatti e sguardi presi
in prestito. A modo mio

tutto ho fatto per non tornare a incontrare 
questa piazza, queste fonti geometricamente
incrostate al suolo, le statue (Castori, 
con braccia sollevate, che tengono qualcosa
che io so essere ciò che non dicono), gli odori,
la musica, le passioni girate verso l’interno…

Tutto ho fatto ma senza successo, per questo ora
resto: multiplo, aereo, ricordi
sparpagliati (gli uni sugli altri, 
spiegazzati). Resto – senza codici
né certezze, malgrado tutto ciò
saldo – imperturbabilmente saldo.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira


Al mio …amico lontanissimo*

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Atardecer

 

Apreso esta tarde que se aproxima

entre el rumor vacilante de los álamos

y el latido casi humano de las casas.

Apreso el desamparo agreste de los páramos,

donde mi sombra – con pinceladas

de nieve – va dibujando temerosa

la imponderable presencia del sueño.

Apreso también, especialmente, una mirada

que desde lo aparente se derrama

en busca del más oculto hilo de silencio.

De silencio y de sentido.

Lugar donde las palabras

se acaban afirmando y donde el dolor

– ese destino ineludible y solitario –

es un “lobo devorador

que se calla (sólo) un instante

para después morder mejor” 1

 

Victor Oliveira Mateus

Lisbona 1952

de “He muerto… y he resucitado”

 

1 “lobo devorador

que se calla (sólo) un instante

para después morder mejor”

citazione dalla poesia  “Dolor” di Juan Ruiz Peña. 

 

 

*  13.000 chilometri. Lo scrivo in cifre, perché risalti meglio quanta parte di terra e di mare ci divide, Luigi Maria. Da te è primavera, qui,  al tramonto di un pomeriggio d’autunno, leggo questa poesia. Non tutte le parole mi sono chiare, ma  il ritmo della lingua racconta un paesaggio, un perdersi in esso e  l’ansia di cercare nel silenzio un senso al dolore, alla vita, a tutto…. e  noi siamo più vicini di quanto crediamo!

Dolce sera a te, amico lontanissimo!


Da Adriano a Yourcenar

 

 

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Noi siamo i viaggi che abbiamo fatto, la voglia di trovare

nel frastuono degli uomini tutte le città che dovevamo

costruire. Noi siamo questa immortalità a cui gli dei

non ci avevano condannato e di cui ora godiamo con l’irriverente

naturalezza che alcuni scambiano per indifferenza

saccente o per una superiorità che in verità

non abbiamo mai sentito. Siamo l’azzurro

inconfondibile dell’ Egeo

con le sue isole e i templi, con le sue rovine e colline

da cui le voci più antiche si levano ancora,

per poi confondersi con le inquietudini degli uomini.

Siamo il vuoto lasciato, questa memoria

dalla quale  nessuno di noi può fuggire: tu con

un cancro spietato, io con un annegato tra le  braccia.

Entrambi sconfitti prima del tempo! entrambi con tutta

la gloria che abbiamo perpetuato, nonostante la nostra stanchezza,

il nostro isolamento, la nostra fame di silenzio.

Noi siamo questo senso di colpa per non aver capito,

per non aver saputo riconoscere la tenerezza e la dignità,

per aver lasciato scivolare quello che alla fine era il nostro bene

di diritto e di  cuore. Siamo questo fuoco

che non ha nome. Questo mostro che ci divora ancora

e avvelena i mattini  quando, insonni,

brancoliamo da ciechi  nell’oscurità e non troviamo

i loro volti, i loro corpi che si stendevano sui

nostri, il  respiro che ci infondeva la vita

e la cui assenza ci mostra questa morte che

si avvicina. Noi siamo questo fatale calar del sole

questo camminare incerto, che nel soffio ordinatore

del mondo attende la barca che ci restituirà

tutto ciò che non abbiamo curato come dovevamo.

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona 1952

da “He muerto… y he resucitado”

trad. mia


(…) E fu più o meno da quel momento, che volli tornare indietro. Tornare per trovare l’origine. Una porta. Per ricominciare.. Tornare per ritrovare l’inizio, e me stesso tramite esso (V. O. Mateus)

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Quando partii non comparve nessuno sul bordo della pista.

Quando partii i viaggi erano cosa semplice e banale,

e non quest’ansia di dare un senso al

dolore, uno spazio all’assenza, una fonte

– per quanto minuscola – per saziare quella che

continua ad essere un’inesausta sete. Quando partii erano

 

tutti indaffarati a viaggiare, ma in un altro modo –

voracità di usurai, occhi spalancati

dove il tempo é negoziabile tanto quanto un futuro

ipotecato o una semplice ruota arrugginita. Quando

partii ebbero subito la cortesia di avvisarmi che la poesia

non ha mai salvato nessuno, che la ricerca delle radici

 

(inteso come la comprensione di un passato non

avvenuto) era cosa tanto ridicola quanto obsoleta

per le crasse risate di molti. Quanto partii la buganvillea

della casa di fronte era splendida e c’era

un gatto che passava per la rete. Quando partii una donna

nell’edificio accanto sbatteva un tappetino.

 

Mi fece un cenno di saluto. Sorrise. Quanto partii immaginai

il loro scherno, le telefonate dall’uno all’altro,

le chiacchiere. Quando partii non comparve nessuno

per salutarmi, c’erano solo: io, un progetto

vago, il tuo viso riflesso in lontananza

e il sole che batteva in pieno sopra i vetri.

 

 

Victor Oliveira Mateus, Lisbona

dalla raccolta ” Regresso” 2010.

traduzione dal portoghese di Vera Lúcia de Oliveira

 

Una storia scritta in un libro a cui mancano le prime pagine. Ho sempre pensato  che la mia vita, la vita di chi non conosce le proprie origini,  fosse una storia  così. Oppure un luogo disabitato,   un deserto di volti e di memorie, a cui  devi tornare “per saziare quella che continua ad essere un’inesausta sete”   per guarire da un’ossessioneper fare pace col mondo e con te stessa.  E così , senza bussole né coordinate,  devi partire. O tornare. Un ritorno dell’io al  suo principio, come voleva Plotino. Si parte,  in solitudine,  per la solitudine di un vissuto che non ricordi o che ti è sconosciuto ma nel quale ti senti ancora intrappolato, un viaggio doloroso ma necessario  se vuoi continuare a percorrere la tua vita ed  uscire dal senso di indeterminatezza che è come la tua ombra, non ti lascia mai.   La mèta è il punto di partenza, l’inizio, l’origine,  con cui hai bisogno di ricongiungerti, per dare uno spazio all’assenza e sentire finalmente la tua essenza. 

Iraida (Annamaria S.)

 


Fotografia: lo stupore rubato in un pezzo di carta opaco

  Nella foto lei è sorridente. Aria innocente,
riuscita. Anche lui, trionfante
nella giusta posa, catturati uno dall’altro
ma senza saperlo. Altri identici nei tavoli
vicini – attendono l’ora di andarsene (…).
Nella foto si vedono i tendoni bianco-

sporco che coprono i tavoli, le birre, i sorrisi.
A un passante è stato rubato lo stupore,
fissato in quel pezzo di carta opaca.
Mi sporgo dentro la foto, ma non
mi vedo. Eppure sono certo che ci sono
(Victor Olivera Mateus)

Altro che sporgermi, a volte vorrei proprio entrarci  nelle fotografie. Le preferisco ai video, anche quelli scorrono, divorati da un prima e da un dopo. Una fotografia no, lo scatto ruba ciò che all’occhio umano può sfuggire,  fissa gesti,   volti, intenzioni.   Per sempre.

Entrare in una fotografia, ritrovarsi proprio là, ritrovare ciò che è stato e vive solo nella memoria, un incontro, un’avventura.

Entrare in una fotografia, come andare a trovare un amico,  ritrovare  un luogo della  vita, riconoscersi . E, dopo tanti anni,  stupirsi e dire “non è cambiato nulla”


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