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Quelli che ci bruciavano vive sono ancora in giro

B-Hexenberbrennung

 

Osservando il lato luminoso
di un verso leggero, il conforto
vivendo in un’epoca di agonismi scientifici,
è facile scordare che un tempo
ci avrebbero bruciate vive.
Sul serio, avrebbero bruciato me
e quelle come me per così tante ragioni
per così tante volte:
per avere amato, non sposata, un uomo,
per avere amato una donna,
perché donna.
Perché donna che ha imparato a leggere.
Perché donna che ha imparato a scrivere.
Per questo, adesso, perché ora tremo
da Satana senza alcun dubbio posseduta.
Quelli che ci bruciavano vive
sono ancora in giro […]

 

Robin Morgan*,  Lake Worth. Florida 29 1 1942, 

traduzione Maria Nadotti

 

Chiunque abbia seguito le vicende di cronaca negli ultimi due giorni, avrà letto della tragedia della giovane donna incinta, che un miserabile “uomo” ha trasformato in una torcia, dandole benzina. Non c’è un popolo nella storia che abbia subito tanti stupri, tante percosse, tanta rabbia, paura e violenza di ogni genere dai suoi simili, quanta ne hanno sopportato nei secoli  le donne.  Un tempo c’erano i roghi per quelle coraggiose e creative. Oggi  ancora fanno paura tutte le donne che vogliono essere libere di decidere  la loro vita. E così “..quelli che ci bruciavano vive sono ancora in giro…”

 

 *Robin Morgan è una poeta, scrittrice, giornalista, docente ed attivista politica. . A partire dai primi anni 1960,  è stata una dei leader del movimento femminista internazionale, attiva nel core (Congresso sulla uguaglianza razziale),  nel SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee), nel movimento contro la guerra del Vietnam. E’ stata cofondatrice con Simone de Beauvoir, Jane Fonda e Gloria Steinem delle più importanti organizzazioni per i diritti civili.


L’attimo sospeso

apocalypto

 

Quando il marinaio di Triana, con la bocca tra le mani,
gridò: “Terra!”, e l’Ammiraglio credette terminata la sua avventura,

l’astronomo che spiava molti secoli la morte di una stella,
il copista sul punto di trovare la pagina in cui aveva perso il suo destino,
il geometra che tirava i dadi per calcolare la superficie esatta della terra,
il contadino che scavava il solco con i denti per sentire vicino al labbro il seme,
la ragazza che sollevava ad ogni istante la sua gonna per vedere se la donna era già arrivata,
il pastorello impegnato al crepuscolo con un agnellino tra le gambe,
il poeta attonito senza sapere dove erano andate le parole che lo abbandonarono,
la sarta che conservava le sue lacrime imbastendole nell’orlo della tunica,
la sentinella che aspirava a custodire l’alcova della regina perché sognare non basta,
la monaca che cercava negli avanzi sillabe di conversazione per non passare la vita da sola,
il confessore sul punto di invidiare la colpa di peccati che altri gli inventavano,
il soldato avido alla cui lussuria territoriale il Papa provvedeva,
la tessitrice che si dissolveva negli occhi disegni come polvere, come pianto, come sfilacciatura,
il muratore di fronte alla parete in cui aveva mescolato ruzzoloni di bambino con cadute dell’anima,
il carceriere che non capiva perché il prigioniero volesse uscire se fuori piovigginava,
la partoriente che espiava con grido altissimo la colpa di quell’appuntamento,
il neonato che cominciava a morire tutta la vita contandosi gli anni,
il chirurgo che con il trapano voleva accertare cosa pensava la sua signora,
il cavaliere che misurava il tempo impiegato dal nitrito ad arrivare al nuovo mondo,
e l’indovino che andava a predire questa sventura,
sospesero di colpo quello che ognuno faceva,

ma quando il capitano dopo lo schiaffo alla ragazza india la fece gettare ai cani
per non essersi lasciata convincere a conoscere altro maschio che suo marito,
ripresero le loro occupazioni abituali nel punto
in cui quelle gesta di mare le avevano interrotte.

Jorge Enrique Adoum
Ambato, June 29, 1926 – Quito, July 3, 2009

Traduzione: Raffaella Marzano

Sempre bello rileggerla!
Anche allora si trattò dell’incontro di due civiltà, con il conseguente tributo di sangue e di morte, voluto dall’avidità e dalla ferocia dell’Occidente.
Il tempo ha continuato a scorrere. Oggi nuovi “scontri” di civiltà, altre “gesta di mare”, altre acque attraversate, stesso tributo di sangue e di morte di esseri umani. E niente da celebrare.


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