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Spiegami….

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Spiegami
cosa sono questi grandi raggi rossi, che si urtano
radenti al cielo, a petto in fuori
come un altro avvenire per la luce.

Amico mio, è il fondo
d’impenetrabile indifferenza della notte.
Il pittore ha cavalcato questi occhi ciechi,
li lancia su di noi. E con la sua frusta

infiamma le loro schiene. Per la pittura
vi è virtù diversa dalla verità?
Questo pittore che non esiste ancora ci protegge.

E cosa fa? Dipinge un paesaggio.
Qui fuoco, altrove notte, e per noi
questa bellezza, queste mani che ci accolgono.

 

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923
da “Per capire meglio” in “L’ora presente”

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… questo mondo non ci ha insegnato tutte le parole necessarie…

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E guarda questi occhi!

Gli occhi sono l’enigma del mondo. Perché è uno sguardo ciò che vedi in questa vita che tieni tra le mani, cominciando a chiederti quel che ne farai, sì, renderle la libertà, ma innanzitutto cos’altro?
Tanto né tu né io sappiamo darle un nome.

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923
da “La bestia spaventata” in “L’ora presente”

Forse, davvero, non abbiamo abbastanza parole (… questo mondo che non ci ha insegnato tutte le parole necessarie…) per esprimere ciò che sentiamo o cogliamo talvolta col nostro intuito? (Tanto né tu né io sappiamo darle un nome.)
Le citazioni sono tratte dallo stesso racconto, in forma di prosa poetica, “La bestia spaventata”


La lunga catena dell’àncora

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Si dice
che delle barche appaiano nel cielo
e che di alcune
la lunga catena dell’ancora può discendere
furtiva verso la nostra terra.
L’àncora cerca sui nostri prati, in mezzo agli alberi,
il luogo in cui appigliarsi,
ma subito un desiderio di lassù l’afferra,
la barca d’altronde non è di qui,
ha il suo orizzonte dentro un altro sogno.

Accade, tuttavia,
che l’ancora sia, diremmo, straordinariamente pesante,
e quasi trascini a terra gli alberi, piegandoli.
L’avrebbero vista attaccarsi alla porta di una chiesa,
sotto l’arcata in cui è cancellata la nostra speranza,
e qualcuno di quest’altro mondo ne discendesse,
goffamente, lungo la catena tesa, violenta,
per liberare il suo cielo dalla nostra notte.
Ah, che angoscia, quando lavorò contro la volta,
afferrando con le mani la sua strana spada, perchè bisogna
che qualcosa addestri in noi lo spirito
in questa traversata che la parola
tenta, senza sapere niente, verso un’altra riva?

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923
da La longue chaîne de l’ancre
traduzione di Blumy


Poesia è dare alle parole la loro capacità di descrivere la pienezza delle cose, la loro luce, la loro vita. Y.B.

tumblr_nbry9n3KpT1qhoe3vo1_500IL Fulmine

Questa notte è piovuto.
Il sentiero ha odore di erba bagnata,
poi nuovamente la mano del calore
sulla nostra spalla, come
per dire che il tempo non ci porterà via niente.
Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.
E io ti vengo vicino,
finisco di strapparti dal tronco annerito,
ramo, estate nel fulmine
da cui la linfa di ieri, divina ancora, scorre.

 

Yves Bonnefoy, Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Ce qui fut sans lumière, Mercure de France, Paris 1987
trad. Mario Benedetti


Il ricordo è una voce spezzata

 

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Un ricordo

Sembrava molto anziano, quasi un bambino,
se ne andava lentamente, la mano serrata
s’un lembo di stoffa zuppo di fango.
Gli occhi chiusi, però. Ah, creder di ricordarsi

non è forse il peggior degli inganni,
la mano che prende la nostra per perderci?
Mi parve però che sorridesse
già quasi inghiottito dalla notte.

Mi parve? No di certo, mi sbaglio,
il ricordo è una voce spezzata,
lo si sente male, anche chinandosi

E però ascoltiamo, e così a lungo
che talora la vita passa. E la morte
già nega ogni metafora.

 

 

Yves Bonnefoy,

Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Cancellare oltre” in “L’ora presente” trad. Fabio Scotto


Il pianista

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Quella tastiera, lui vi ritornava ogni mattina,

era così da quando aveva creduto

di udire un suono che avrebbe cambiato la vita,

ascoltava, martellando il nulla.

*******

E così percorreva un suolo fradicio.

La musica, nient’altro che un bagliore

all’orizzonte di un cielo che restava cupo,

credeva che vi si addensasse il lampo.

*******

Invecchiò. E il temporale lo rinchiuse

nella sua casa dai vetri illuminati.

Le sue mani sulla tastiera smarrirono il sogno.

*******

E’ morto? Che si alzi, nel buio,

e socchiuda la porta, ed esca! Senza sapere

se sia il giorno che spunti o la notte che cali.

******

Yves Bonnefoy, 

Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Cancellare oltre” in “L’ora presente” trad. Fabio Scotto

L’uomo cerca di dare anche alla musica una forma, nel tentativo di dare un senso a una realtà che, ammesso che ne abbia uno,  gli sfugge. Ma la musica, come la poesia, come la vita, non può stare nelle forme, perchè  “La musique, plus rien qu’une lueur / À l’horizon d’un ciel qui restait sombre”  ( La musica, nient’altro che un bagliore/ all’orizzonte di un cielo che restava cupo).


Ancora una fotografia

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Chi è che si stupisce, che si chiede

se deve riconoscersi in questa immagine?

Deve essere estate, e un giardino

in cui cinque o sei persone sono riunite.

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Ed era quando, e dove, e dopo cosa?

Questi, chi furono, gli uni per gli altri?

E poi, se ne preoccupavano? Indifferenti

come già la loro morte chiedeva loro d’essere.

******

Ma questo, che guarda quest’altro

pur se intimorito! Strano fiore

questo frammento di fotografia!

******

L’essere cresce a caso nelle vie. Un’erba povera

che lotta tra le facciate e il marciapiede.

E questi rari passanti, già delle ombre.

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Yves Bonnefoy, 

Tours Francia, 24 giugno 1923

da “Cancellare oltre” in “L’ora presente” trad. Fabio Scotto

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Nella sezione a cui appartiene questa poesia, Cancellare oltre, Bonnefoy insiste sul rapporto tra poesia e forma, e poesia e immagine.
In fotografia, uno scatto cattura per sempre un attimo irripetibile, la forma imprigiona la vita in una fissità che, però, non è in grado di spiegare tutta la realtà. Nelle prime due quartine di questo sonetto, si susseguono domande senza risposte. Le persone ritratte, alla fine, sono “ombre”. La vita non può stare nella forma, come la poesia.
Tuttavia per Bonnefoy cultore di Petrarca e Shakespeare,  il sonetto è la forma assoluta di concisione, il poeta è portato a cesellare, eliminare parole e suoni, a sottrarre più che aggiungere, per arrivare all’espressione pura della poesia: parole che si avvicinino all’essenza primigenia del mondo, della vita, dell’uomo.
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