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Gli zingari che stiamo diventando

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Zingari in viaggio

La tribù profetica dalle pupille ardenti,
ieri s’è messa in viaggio caricandosi i piccoli
sulle spalle e offrendo ai loro fieri appetiti
il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti
di fianco ai carrozzoni dove i loro si rannicchiano,
volgendo al cielo gli occhi appesantiti
dall’oscuro rimpianto di non aver speranze.

Dalla sabbia del suo rifugio il grillo,
vedendoli passare, moltiplica il suo canto
Cibele, che li ama, stende tappeti erbosi

fa fiorire il deserto e zampillare la roccia
innanzi a quei viandanti ai quali si spalanca
l’impero familiare delle tenebre future.

Charles Baudelaire, Parigi 9 4 1821 – Parigi 31 8 1867
da “Les fleurs du mal”

Bella questa poesia, Baudelaire augurava agli zingari che nel loro viaggio, il deserto dissetasse la loro sete perché, come il passato, ancora doloroso sarebbe stato il loro futuro.
Dalle zone più povere del pianeta è in atto un esodo epocale e anche dai paesi cosiddetti sviluppati, l’Italia per esempio, i tassi elevati di disoccupazione costringono a partire, a spostarsi altrove in cerca di un futuro.
E così stiamo diventando tutti “zingari in viaggio” in cammino verso un futuro che ci è ignoto, verso “tenebre future”


A forza di essere vento…..

ZINGARI - GYPSIES

Il cuore rallenta la testa cammina
in quel pozzo di piscio e cemento
a quel campo strappato dal vento
a forza di essere vento

porto il nome di tutti i battesimi
ogni nome il sigillo di un lasciapassare
per un guado una terra una nuvola un canto
un diamante nascosto nel pane
per un solo dolcissimo umore del sangue
per la stessa ragione del viaggio viaggiare

Il cuore rallenta e la testa cammina
in un buio di giostre in disuso
qualche rom si è fermato italiano
come un rame a imbrunire su un muro
saper leggere il libro del mondo
con parole cangianti e nessuna scrittura
nei sentieri costretti in un palmo di mano
i segreti che fanno paura
finché un uomo ti incontra e non si riconosce
e ogni terra si accende e si arrende la pace

i figli cadevano dal calendario
Jugoslavia Polonia Ungheria
i soldati prendevano tutti
e tutti buttavano via

e poi Mirka a San Giorgio di maggio
tra le fiamme dei fiori a ridere a bere
e un sollievo di lacrime a invadere gli occhi
e dagli occhi cadere

ora alzatevi spose bambine
che è venuto il tempo di andare
con le vene celesti dei polsi
anche oggi si va a caritare

e se questo vuol dire rubare
questo filo di pane tra miseria e sfortuna
allo specchio di questa kampina
ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca
il punto di vista di Dio.

Fabrizio de André – Khorakhané


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