Quella sera, quando partii senza bagaglio.

Il destino con lei si era impegnato parecchio per farla sentire “estranea” alla vita che viveva da 58 anni. Piccolissima, era stata adottata e una parte della sua esistenza, sia pure breve, le era sconosciuta. Sul suo certificato di nascita compariva un nome di battesimo che era quello dei documenti ufficiali ma  l’avevano poi chiamata, per tutta la vita, con un nome diverso. Si portava  addosso una sensazione strana,  si sentiva un’intrusa o meglio, le pareva di vivere la vita di un’altra . E così certe volte aveva la sensazione di essere spettatrice di una storia che scorreva suo malgrado.

La curiosità di sapere da dove veniva non l’aveva mai avuta,  solo una volta chiese all’anagrafe l’estratto di nascita. Lo lesse per strada come si leggono le analisi del sangue dopo che le hai ritirate in laboratorio, con la  paura  di  scoprirvi qualcosa di grave. Lesse e rilesse per giorni quel pezzo di carta,  il mese, il giorno, l’ora, la via, la levatrice, i testimoni . Pensò, sarà stata una sera piovosa in uno di quei vicoli stretti del quartiere San Lorenzo. Nella stanza appena illuminata, bocche mute. Strani parenti le girano intorno, ignorando il suo pianto. Mani frettolose avvolgono un insieme grinzoso di carne e di nervi. Un viso  si gira  altrove, non c’è tempo per fare conoscenza. Qualcun altro chiederà “Nome della madre?” “Nessuno”.

Non aveva mai saputo niente di lei ma  per tutta la vita si era chiesta come portasse i capelli, se le piaceva ballare, se si specchiava nelle vetrine quando camminava per strada, se sulla guancia destra le compariva una fossetta ogni volta che sorrideva. Nient’altro.

Iraida

“Tutto ciò che è reale è razionale” e l’uomo allora?

In un momento di grande svolta epocale come quello che stiamo vivendo, con una crisi di cui non sono prevedibili, nemmeno lontanamente,  le conseguenze per milioni di persone e per la loro sopravvivenza (al di là dell’Adriatico un paese brucia ) è razionale occupare l’etere e  tanta carta stampata per un  bacio in pubblico tra due persone che si amano?  Sì, di persone che si amano. Si può pregare Giovanardi, quando pensa agli omosessuali,  di spostare la sua attenzione dall’atto sessuale  all’amore? perché di amore si tratta, amore  che include il sesso ma anche sentimento,  spiritualità, affinità, condivisione… che vibrano tutti in questi versi di Auden per la morte del suo amato.

Wystan Hugh Auden

BLUES IN MEMORIA

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.
Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.
Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.
Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

(Traduzione di Gilberto Forti)

“Il mondo esiste ma non è reale” detto tibetano

Certe mattine, nell’attimo in cui gli occhi sono chiusi e la coscienza  pian piano emerge,  in quell’istante così  fuggevole, tanto labile e  imprendibile che non c’è tempo nemmeno per pensarlo, mi capita ogni tanto di svegliarmi con la  stessa sensazione addosso di quando i miei figli erano piccoli. Mi sembra di percepirne il respiro, i movimenti lievi, l’odore di talco e di  miele. E ogni volta mi aspetto che saltino dalla culla nel letto!  Apro gli occhi e  già tutto è un ricordo.

A quale  dimensione del tempo appartiene  quell’attimo?

Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.
Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.
Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

José Emilio Pacheco

…t’avrei amato in ogni caso…

 Noi, al condizionale      di Annamaria Bianco

I miei baci non t’avrebbero curato
da alcun male, né le mie carezze
o i sorrisi t’avrebbero aiutato
a trovare verità e certezze.
 
E non t’avrebbe dato mai quiete
il mio canto, inutile e stonato;
né a inventar nuovi mondi per te
io sarei riuscita mai: è assodato.
 
Con me, non l’avresti cambiata
la tua vita. Ma forse sarebbe
cambiato il tuo modo di vederla,
o viverla.
 
Forse.
Oppure no.
 
Per te ogni cosa sarebbe
rimasta uguale, ed ogni giorno
quel giorno. Come se dopotutto io non
 
fossi stata altro che un contorno,
un bouquet di fiori finti; un vaso o
un quadro da mettere in soggiorno.
 
Io invece, credo, t’avrei amato
in ogni caso.
 
Anche se odi il cioccolato.
 
Ma per queste parole non è
più il tempo, sai:
“noi” non ammette condizionale,
mai.

Dal sito http://www.vicoacitillo.it/

Il destino dell’uomo.

Sembra sentirlo  l’odore acre del fumo che si leva  dalle macerie di una città che si perse per una donna.  Sembra vederla la nave che s’allontana.  E  si ha voglia di toccarla  la pioggia che bagna il volto del vecchio cieco  che difronte al mare,  dopo guerre e distruzioni, canta il destino dell’uomo: il mare, una nuova avventura, la storia  che continua, la vita  si ripete.
Che meraviglia questi versi!

 ”Arcipelaghi” di Derek Walcott

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia una vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia

e pizzica il primo verso dell’Odissea.

Ci chiamano Prof. e…..

A settembre erano due anni che mancavo da scuola.  Già nell’atrio pensai  “sono a casa”, tutto così familiare,  la sala professori, il registro nel cassetto, la finestra difettosa nell’aula della quinta A…
Quelli che seguono sono i miei pensieri quel giorno.
Nell’entrare ,  l’odore  di legno stagionato  e il tanfo di libri vecchi  è predominante ma la cosa che più mi colpisce , proprio  in questo momento dell’anno scolastico,  è  il silenzio .
Tutto sembra in attesa :   il distributore delle bibite, il corrimano lungo le scale,  le porte chiuse dei bagni e quelle dei laboratori, persino i bidelli  ai diversi piani, pare che aspettino  da un momento all’altro la marea  di  facce e di voci che invaderà ogni dove.
Attraverso i corridoi  deserti  e non mi so  trattenere.  Sbircio nelle aule,  vuote,  immerse in  una dimensione  surreale,  i banchi allineati, le lavagne intonse, i cestini al loro posto.
E poi sono gli anni  (ahimè tanti!)  trascorsi  in queste  stanze,  la suggestione…. chi c’è !?!?
..huc mens deducta tua..scelestae, vae te, …cui labella….. Nooo, non è possibile, sento le voci !!!  E’  Luca al terzo banco …ma insomma chi era sto Catullo?   Uno sfigato!!  ..ah ah ah ..  E Daniela, lei è una sognatrice.. sei il solito idiota!  Ma come non capisci, Catullo è la passione, è il poeta dell’amore,   tenero e  sublime,  inquieto e dannato che ci prende, ci passa da parte a parte e noi … noi non possiamo fare niente… ma che vuoi capire tu, grezzo che non sei altro!   …. ah ah ah ah ah….
Luigi , delicato e sensibile,  scrive poesie  ….Telamone che a un passo dalla morte/prega lento il cielo/per la sua amara sorte….
E Fabio?  Lui  sta componendo  addirittura un trattato  “De nulla utilitate scolae”,  ha “scoperto” che  il saggio breve è una tipologia di scrittura che sente nelle sue corde . Fabio che  non sopporta i programmi e vorrebbe leggere, leggere ma quello che gli pare!
Michele invece,  ha la passione del cinema, nel suo ultimo editoriale del  giornale scolastico, trova illuminanti, se riferite alla scuola,  le parole di Red nel film “Le ali della libertà…io dico che queste mura sono strane, prima le odi poi ci fai l’abitudine e se passa del tempo, non riesci più a farne a meno: sei istituzionalizzato….    Solo che Red si riferiva  alle mura del carcere di Shawshank . Però,  che bell’esercizio di ironia!
Un refolo di vento mi riporta le risate, aperte, piene, quelle  che ti mettono di buonumore anche quando sai che sarà una giornata pesante, di  quelle in cui c’è l’assemblea di classe, per esempio,  e tu  dovrai discutere per ore con i più scalmanati, cercando di farli ragionare  …oh, dobbiamo dirlo chiaro e tondo alla prof. , non ci stanno bene due verifiche scritte in un mese e poi , il pagellino, vogliamo parlare del pagellino? un vero e proprio “avviso di garanzia” e che ca..o!
…. E i vetri appannati nelle fredde giornate invernali,  i  volti assonnati  e l’irruenza della loro età nei gesti e negli occhi  a parlare  di  guerra e di poesia, di  omosessualità e letteratura, di migranti  e di Voltaire

Intelligenti e curiosi,  intolleranti  difronte a qualsiasi  barriera imposta,  intransigenti e puntigliosi nel cogliere un’ ingiustizia e però pronti a chiedere comprensione e clemenza  se  sfuggenti ed approssimativi . Timidi e sfrontati, garbati e irriverenti, con gli entusiasmi, le curiosità, le passioni,  le paure e le fragilità dei loro anni.

Ci chiamano Prof, dai loro banchi  ci osservano, ci studiano e poi… ci amano o ci odiano. Loro sono così e….. mi mancano .

Post con dedica n°2 A “Datempoemare”

In questa ragnatela virtuale che è la rete, in questo labirinto di parole, suoni e immagini,  in questo flusso di pensiero in movimento dove non necessita la fisicità perché delle persone con le loro storie, le loro idee, i loro pensieri, le loro emozioni, si incontrino e siano in sintonia, molte volte si naviga e qualche volta si approda dolcemente.

Houston, we have a problem

Di Carla Lebwoski Cavallini

(mi raccontarono la storia di un uomo finito sulla luna:
un uomo in bianco e nero)

io conosco storie di donne che entrano in un cuore
grande come un pugno
e che lasciano impronte nei respiri
in letti da rifare
in cucine dal profumo di spezie
in discorsi che restano sospesi
(nel fumo di sigarette tra le dita)
In liste della spesa
(calligrafie minute in fogli bianchi
appena stropicciati in un angolo)
in un’attesa che dura quanto un figlio
(che è cresciuto e andato via)

Donne senza bombole d’ossigeno
senza una base a dar loro coordinate
che fluttuano in un’apnea d’amore
tra stelle interrotte dal buio e silenzi
intercalati da parole: quelle sbagliate.
Donne nella cui anima si annidano speranze
E restano lì
Come gusci vuoti in memoria.

In una sera di pioggia……

E all’improvviso la pioggia, forte, scrosciante. Ne sento il rumore sulle persiane, che appena buio, chiudo velocemente . Il suono dei battenti e delle maniglie che girano sono rassicuranti,   lasciano  fuori il mondo,  i suoi rumori,  gli orologi nelle stazioni,  le scale mobili, le porte scorrevoli,  gli altri,  quelli che chiedono e  che aspettano che tu risponda,  quelli che ti guardano e  che vorresti non si accorgessero di te . Anche l’ultima imposta è chiusa.
E sarà stato il rumore della pioggia, il buio nella stanza,  o, come voleva Proust, il potenziale magico che hanno in sé certe situazioni,  per cui un ricordo  disperso nel passato,  riemerge all’improvviso alla
coscienza e…. io  mi materializzo nella camera da letto della mia vecchia casa, in una sera di venticinque anni fa.  Fuori un forte temporale, in  casa io e  i miei figli. Loro,  tra i loro giochi  nella loro stanza  che non vogliono  saperne di andare a dormire, io nella  camera da letto in fondo al corridoio. Ad un tratto un tuono assordante, la luce che va via ed io che corro per raggiungerli. Qualche passo e…mi sento tirare da un lato, qualcuno mi trattiene per il maglione. Raggelata, mi fermo, è buio pesto,  chiamo per nome i miei figli, non rispondono. Mi muovo lenta ed ancora sono trattenuta nell’andare, mi fermo, ho paura di procedere ma l’istinto materno è più forte, ancora tento qualche passo  mentre  chiamo i bambini, il terrore mi strozza la voce. Nessuno risponde  e io  non riesco a divincolarmi, mi abbasso lentamente in una posizione di difesa e all’improvviso ritorna la luce, quasi a terra mi volto e vedo un lembo del mio maglione impigliato nella maniglia della porta. Mi libero, corro verso la stanza  dei miei figli e  li  trovo addormentati sul  tappeto  con in mano i loro giochi. Li metto a letto  e mio marito rientra.
C’è voluto un bel po’ perché  la smettesse di prendermi in giro per via dei “fantasmi” ma quella sera, mentre fuori diluviava,  per un attimo  ho pensato che  in quella casa c’era  tutto quello che volevo  nella mia vita.  Allora non lo sapevo ma quell’attimo era  la “felicità”.

Iraida

….ho perso due fiumi e un continente…

In questa poesia, Elizabeth Bishop dice che “perdere” è un’arte che impariamo facilmente, quasi un obbligo  a un certo punto.  Qualcuno l’ha chiamata “la vile freddezza” a cui ci abituiamo con la maturità. E comunque sia, la sua consapevolezza fa orrore.

L’arte di perdere

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.

Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato). Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo!) disastro